
Ad un
occhio attento non sarà infatti certo sfuggito che i
diametri di
corda sinora
descritti, concernenti il XVIII e XIX secolo, non portano affatto a
montature con
profilo in eguale tensione
bensì di tipo scalare (a puro
titolo di
comparazione una disposizione in eguale tensione, partendo ad esempio
da un
‘mi’ cantino di
Trattiamo
questo argomento partendo innanzitutto dal concetto di ‘sensazione
tattile
di rigidità’
tanto caro agli antichi.
Va infatti
fatto opportunamente notare che quando un musicista, mediante la
pressione
delle dita, valuta la cosiddetta tensione
delle corde del
proprio
strumento
in realtà non
valuta
affatto i
kg di tensione bensì la sensazione
di tensione, che
è un’altra cosa.
Viene
spontaneo dunque domandarsi con che criteri veniva valutata una
montatura di
corde nel
passato.
Ecco ad esempio ciò che scrivono alcuni trattati del ‘600 nei riguardi del Liuto (ma la stesasa cosa era valida anche per gli strumenti ad arco):
"Of
setting the
right sizes of
strings upon the lute. [...] But to our purpose: these double bases
likewise
must neither be stretched too hard, nor too weake, but that they may
according
to your feeling in striking with your thombe and finger equally
counterpoyse
the trebles".
“When
you
stroke all the stringes with
your thumbe you must feel an even stiffnes which proceeds from the size
of the
stringes".
“Another general observation must be this, which indeed is the chiefest; viz. that what siz'd lute soever, you are to string, you must so suit your strings, as (in the tuning you intend to set it at) the strings may all stand, at a proportionable, and even stiffness, otherwise there will arise two great inconveniences; the one to the perfomer, the other to the auditor. And here note, that when we say, a lute is not equally strung, it is, when some strings are stiff, and some slack" .
Dai
trattati del Seicento
si evince dunque che il
criterio
di scelta della tensione delle corde di una montatura procedeva
innanzitutto secondo
principi
di empiricità: le corde non
dovevano
presentarsi troppo tese o troppo molli ma ad un giusto
grado di
tensione
tattile e, fatto importante, questa tensione doveva rilevarsi
omogeneamente
distribuita tra tutte.
Va da sè che
il
giudizio sul grado di tensione non può che essere
soggettivo.
Diverso
invece
l’aspetto della ricerca dell’ omogeneità di
tensione tra
le corde, che rappresenta il
vero,
comune, criterio di riferimento.
In conclusione, quando nei documenti antichi viene usata la parola eguale tensione (e questo almeno fino alla fine del XVIII secolo) ci si riferisce in realtà all’equal feeling e non agli eguali Kg, come oggi invece si fa.
Un
esempio pertinente è il seguente passaggio dal Galeazzi:
‘la tensione dev'esser per tutte quattro le corde la stessa, perchè se l’una fosse più dell'altra tesa, ciò produrrebbe sotto le dita, e sotto 1'arco una notabile diseguaglianza, che molto pregiudicherebbe all'eguaglianza della voce’.
Qui
‘tensione’
significa chiaramente feeling,
come meglio evidenziato
nel trattato del Bartoli:: "Quanto
una corda è piu vicina al
principio
della sua tensione, tanto ivi e piu tesa. [...] Consideriamo hora una
qualunque
corda d' un liuto: ella ha due principj di tensione ugualissimi nella
potenza,
e sono i bischieri dall’un capo, e '1 ponticello dal1'altro;
adunque per lo
sopradetto, ella è tanto piu tesa, quanto piu lor
s'avvicina: e
per
conseguente, e men tesa nel mezzo".
Tentare
di ricondurre in termini scientifici
il concetti di even stiffness,
equally strung
etc.
descritti nei
trattati è
una cosa
di di
per sé piuttosto complessa, sia perché non vi
è
alcun elemento probatorio che
possa far ritenere che per feeling
essi intendessero tutti la
medesima
cosa e sia perché il feeling può essere inteso
anche in
maniera, diciamo così, allargata.
Un primo
distinguo
può essere compiuto ad esempio dovendo scegliere se a
premere le
corde -al fine
di valutarne il grado di ‘tensione’-
siano direttamente le dita
della mano destra o i crini
dell’arco, verso
i quali
corde via via più
grosse
possono
opporre una crescente resistenza allo sfregamento rendendo pertanto al
musicista la sensazione di una certa disomogeneità.
Proprio
per
risolvere questo specifico problema fu giustificata sul violino, da
parte
dell’ingegnere Plessiard, l’impiego
della tensione scalare.
Nella probabile
ipotesi che siano le dita (e non l’arco)
incaricate di valutare di quanto le corde siano tese possiamo anche qui
intendere il feeling in almeno due modi:
-il primo,
(comunemente
accettato e anche da noi
sostenuto) considera lo sforzo che si deve compiere per spostare
lateralmente
di una certa misura una corda, la quale ovviamente si oppone alla
pressione esercitata. Sostituendo al
dito un peso agente nel medesimo punto è perciò
possibile
misurare esattamente
la quantità di spostamento laterale per ogni corda presa in
esame.
-La
seconda ipotesi considera che
la corda più sottile,
affondando
maggiormente
nella punta del
dito che la preme, produrrebbe una sensazione
di tensione maggiore di una corda più grossa, la quale
essendo
dotata di una
superficie più ampia
non affonda
nel dito nello stesso modo.
In
base a questa seconda interpretazione dunque un equal feeling
comporterebbe una
tensione in kg maggiore
nelle
corde più spesse rispetto alle
sottili. Non vi sono tuttavia ad oggi riscontri
pratici
che i bassi si siano presentati con una tensione maggiore degli acuti.
La lunghezza vibrante dovrà rimanere ovviamente costante.
Secondo
le leggi della Fisica l’equal
feeling così inteso
corrisponde esattamente ad una
montatura in eguale
tensione.
Ciò è vero a condizione però che le corde mantengano invariati i diametri di partenza (come si ricava dai calcoli per corde non ancora montate) anche dopo averle poste in intonazione, cioè sotto tensione.
In
pratica, e specialmente con il
il budello,
questo non succede mai: una volta
che le corde sono portate in trazione al tono richiesto ciascuna si
riduce di
calibro ma non solo: ciascuna calerà percentualmente in
maniera
differente dalle altre. Questo accade perché
il materiale
possiede un certo cedimento longitudinale che è in funzione anche
del diametro (che nel budello è
suddiviso in cedimento recuperabile e cedimento non recuperabile: in
pratica
una corda nuova che ha subito una prima messa in tensione non recupera
più, a
riposo, il suo diametro di partenza) ; tale riduzione di calibro
comporterà
pertanto una contestuale riduzione anche della tensione di lavoro.
Si
osserva sperimentalmente che le corde più
sottili che occupano la posizione di cantino si allungano maggiormente
e quindi si riducono, nel calibro, di
una
percentuale più grande di quelle più spesse (e
noto a
tutti che le corde più
sottili necessitano di molti più giri di pirolo rispetto
alla
grosse).
Ne
consegue pertanto che anche le rispettive
tensioni di lavoro (stabilite in partenza come identiche) in stato di
intonazione non saranno più eguali ma diverranno
inevitabilmente
scalari: le corde
più sottili
avranno di conseguenza
meno
tensione di quelle più spesse.
Ma se la tensione si differenzia ecco che allora che il ‘feeling’ tra le corde non potrà più essere eguale, ma sbilanciato a favore delle corde più grosse; in altre parole su queste ultime servirà più pressione da parte delle dita per ottenere la stessa quantità di spostamento laterale di quelle più sottili.
Dunque
per
VERIFICA
SPERIMENTALE
A titolo
di esempio abbiamo sottoposto a test
due corde di budello realizzate con un grado di torsione simile e
calcolate in
modo da avere entrambe la stessa tensione
(
Essi
sono stati quindi ricavati per
calcolo:
Una
volta accordate e
stabilizzate si è
proceduto poi alla verifica
con micrometro dei loro diametri: i calibri si sono ridotti a
Per quanto riguarda la più grossa
essa è stata
considerata praticamente invariata.
Si
sottolinea il fatto che tali
misure derivano
da un test sperimentale: corde realizzate in modo diverso dai campioni
esaminati
potranno fornire percentuali
di riduzione
differenti. Il comune
denominatore è rappresentato dal fatto che –a
parità di tecnica manifatturiera-
è sempre la corda più sottile che si contrae
maggiormente. Nel nostro caso
la tensione delle corde sottese
sullo
strumento si è dunque ridotta a
Al fine
di avere un ‘mi’ e un ‘sol’ che
in
stato di intonazione conservino i kg
scelti in partenza
occorrerà
quindi incrementare il
diametro iniziale del solo
‘mi’ (si ricorda che
il ‘re’ non è praticamente variato) del
5% che poi
si andrè a perdere in stato di intonazione, vale a
dire
Ricavando
le tensioni in questa seconda coppia
di corde si riscontra
pertanto un
andamento
di tipo scalare, e precisamente di
Riassumendo:
l’esperimento
evidenzia che i calibri di
0,65 e
Un secondo esperimento, da noi compiuto in questa seconda coppia di corde messe in intonazione ha in effetti verificato –per mezzo del micrometro- tale nuova situazione.
Volendo
una montatura in equal feeling
- come costume nel XVI e XVII
secolo- si
rende pertanto obbligatorio partire da una scelta di diametri di corda
‘in
riposo’ (cioè
non in tensione) secondo il criterio della scalarità.
Rispettata
la condizione in cui
la tensione delle varie corde
in regime di
intonazione si disponga poi eguale, si conclude che la tensione scalare
(ricavata da corde 'in busta') e l’equal
tension (misurata
invece in
intonazione, con le corde
cioè in
trazione ) esprimono
la
stessa medesima cosa: l’equal feeling defli antichi.
Il test
da noi eseguito nella prima versione
pubblicata in Recercare IX del 1997 risulta
sostanzialmente esatto nei
risultati, anche se l’
interpretazione dei
dati risultava poi errata. La stessa considerazione vale nei confronti
di un
altro esempio da noi
citato: quello
dell’elastico e di una corda di acciaio i cui diametri sono
calcolati in partenza
per avere entrambi uno stesso valore di tensione. Portati in eguale
intonazione
l’elastico soltanto si ridurrà notevolmente di
sezione
assumendo pertanto un
nuovo ed inferiore assetto di tensione rispetto alla
inestendibile
corda
di acciaio. Ecco allora che il feeling
risulterà
differente.
Vediamo
ora i casi di Serafino Di Colco e
Leopold Mozart. Di Colco scrisse:
“Siano da proporzionarsi ad un violino le corde […] distese, e distirate da pesi uguali […]. Se toccandole, ò suonandole con l’arco formeranno un violino benissimo accordato, saranno bene proporzionate, altrimenti converrà mutarle tante volte, sin tanto che l’accordatura riesca di quinta due, per due, che appunto tale è l’accordatura del violino”.
Il ricercatore Patrizio Barbieri ritiene che queste siano considerazioni puramente speculative, non pratiche quindi. Mozart, riprendendo lo stesso concetto, suggerisce anche egli di attaccare eguali pesi ad ogni coppia di corde adiacenti: i diametri saranno ben proporzionati quando si avrà l’intervallo di quinta a vuoto altrimenti si dovranno mutare fino ad ottenere il risultato cercato.
I casi
Mozart e Di Colco possono indurre ad
una certa confusione
interpretativa;
si è tentati infatti di
concludere
sbrigativamente che si trattino di montature in eguale tensione come
se fossero calcolate ‘a
freddo’, a
partire cioè dalle formule.
Le cose
sono però assai diverse dall’
apparenza: il test indicato da Mozart si svolge in regime di pesi
eguali (cioè eguale tensione) che
lavorano già sulla corda, questa situazione peciò
non
ricalca affatto quella di
apparente ‘eguale tensione’ che si ottiene per
mezzo del
calcolo impostando gli
stessi kg nella formula delle corde al fine di ricavare tutti i
diametri della
montatura.
(tensione che poi, come
abbiamo visto, si diversificherà a causa delle differenze di
assottigliamento che
ciascuna corda manifesta una volta posta in intonazione). Nel suo caso
le
coppie di corde si scelgono in una condizione di trazione già
in
atto, non di calcolo a tavolino. Essendo
quindi questa una situazione di vera eguale tensione dinamica
(perché il peso
rimane sempre lo stesso) ecco allora che
le corde manifestano anche
l’equal
feeling.
Il
metodo suggerito da Leopold Mozart realizza in altre parole quanto da
noi sopra
indicato, seguendo però un percorso alternativo.
E’ evidente che le
corde risultate poi adatte
ai fini dell’accordatura per quinte scelte da Mozart
avrebbero
presentato
diametri in
busta che
riconducono
teoricamente ad un profilo
di tensione scalare, esattamente come gli altri casi descritti.
-Il
grado di scalarità cui sinora ci si è
sempre riferiti
curiosamente non
corrisponde
a quello che si
riscontra
poi nella documentazione
storica a prtire dagli inizi del XVIII
secolo.
La pendenza
nelle tensioni risulta infatti nel secondo caso maggiormente pronunciata.
Non sono
noti al momento i motivi che hanno
condotto i violinisti del tempo a tale scelta pratica, sempre che
questo aspetto non facesse già parte di una
tradizione
già in uso nell Seicento.
Huggins (fine sec XIX), getta sul campo due ipotesi: la prima prende in considerazione la pressione esercitata da ogni singola corda sulla tavola armonica. Egli sottolinea che nella condizione di eguale tensione (ma anche di eguale feeling, aggiungiamo noi) le pressioni in kg esercitate dalle prime tre corde sulla tavola armonica sottostante non sono affatto eguali; e questo in conseguenza dell’angolo di incidenza della corda stessa sul ponticello che procedendo verso quelle più grosse diventa mano a mano più acuto. Si determina in tal modo una maggiore pressione sulla tavola armonica. Al fine di ottenere eguali pressioni agenti sulla tavola da parte di ogni singola corda si rende pertanto necessaria una scalarità ‘aggiuntiva’ rispetto alla condizione fin qui considerata.
La seconda ipotesi considera il fatto che le corde via via più grosse si trovano, nella consuetudine, ad una distanza maggiore dalla tastiera: ne risulta pertanto il fatto che le dita della mano sinistra in condizione di eguale tensione/eguale feeling dovrebbero esercitare uno sforzo aggiuntivo per premerle sulla tastiera. Di qui la riduzione di tensione al fine di recuperare omogeneità nel feeling delle dita della mano sinistra.
Una terza ed ultima ipotesi che pesa a favore di un (accentuato) profilo scalare delle tensioni consiste nella ricerca della massima omogeneità di attrito possibile verso i crini dell’arco, come propugnato da Riccati già nel XVIII secolo e ripreso poi da Pleissiard nella seconda metà del XIX secolo:
‘Egli è d’uopo premettere, che quantunque l’arco tocchi una maggior superficie nelle corde più grosse, nulladimeno la sua azione è costante, purchè si usi pari forza a premer l’arco sopra le corde. Questa forza si distribuisce ugualmente a tutte le pasrti toccate, e quindi due particelle uguali in corde differenti soffrono pressioni in ragione inversa delle totali superficie combacciate dall’arco.’ (Giordano Riccati ‘Delle Corde…’ op. cit, p. 129).
Mimmo Peruffo, 2004
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