TIPOLOGIE,
TECNICHE MANIFATTURIERE E
CRITERI DI SCELTA DELLE
MONTATURE DI CORDA PER VIOLINO TRA IL
XVIII E XIX SECOLO IN ITALIA
di
Mimmo Peruffo
INDICE
INTRODUZIONE
1.
LE
QUATTRO ETA' DEL BUDELLO
2.
LE TECNOLOGIE
MANUFATTURIERE DELLE CORDE DI BUDELLO NEL
XVIII-XIX SECOLO
3.
I
CENTRI DI PRODUZIONE
4.
I
CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE CORDE
5.
TIPOLOGIE
DI CORDA
6.
I CORISTI
7.
I
DIAMETRI DELLE CORDE
8.
EGUALE
TENSIONE, EGUALE FEELING,
TENSIONE SCALARE
9.
LA
QUARTA CORDA
APPENDICE: ‘Fabbricatori di corde armoniche’
BIBLIOGRAFIA E NOTE
'Questa picciol'arte, che
contribuisce tanto al nostro piacere
è
forse una delle men note, attesochè coloro che la
professano ne serbano le pratiche a guisa di segreto'
Francesco Griselini: Dizionario delle arti e mestieri (Venezia
1765).
In
fatto di corde e dei criteri di scelta di una
montatura per
strumenti ad arco, lo studio approfondito
del materiale reperito negli ultimi anni
-appartenente nello specifico ad un arco di tempo compreso tra la prima metà del XVIII secolo e la fine del
XIX- non
ha mancato di suscitare una certa
sorpresa, soprattutto se paragonato a ciò che costituisce oggi
tra i cultori
della "musica antica" una
consuetudine acquisita.
E’
da almeno un decennio infatti che gli studiosi (1) hanno
cominciato ad accorgersi
che una sbrigativa interpretazione delle fonti
storiche compiuta da parte degli autori di alcuni importanti e
diffusi metodi risalenti alla prima
metà di questo secolo - ad esempio Flesh- (2)
ha purtroppo influito negativamente in
coloro che per primi cominciarono a
porsi il problema di come recuperare i repertori musicali del passato
secondo
criteri di autenticità.
Si consolidò pertanto l'opinione
(considerata alla stregua di dogma in ogni lavoro che riguardasse la musica
antica) che gli
strumenti ad arco del Secolo dei Lumi e di quello seguente
-violino in testa- fossero
caratterizzati da una sonorità
esile
e nasale contrapposta
in qualche modo a quella del nostro secolo, dove
imperano le corde metalliche. La causa
principale fu imputata alla presunta scelta di montature di
corda
piuttosto leggere da parte degli antichi
rispetto ai criteri odierni.(3)
Questo concetto si
è poi diffuso senza incontrare alcuna
resistenza (soprattutto perché,
prima degli anni ‘70, non furono mai
fatte approfondite ricerche in questo campo) enfatizandosi ad un
punto
tale che anche alcune importanti case
costruttrici di corde
armoniche
suggeriscono oggi di scegliere montature assai sottili nel caso si
intenda
eseguire, con criteri di rispetto… ‘filologico’,
i repertori barocchi,
classici e romantici.
Ciò
che ha cominciato a trasparire dallo studio sistematico
del materiale reperito, si diceva, spinge
invece con forza verso una realtà sostanzialmente
differente aprendo
così le porte al fondato dubbio che
quello che si ode oggi nelle cosiddette ‘esecuzioni
filologiche’ non
corrisponda effettivamente a ciò che un tempo
generalmente veniva udito, prassi esecutiva a parte.
Così, se una
puntuale ricostruzione dei repertori musicali di allora -e degli strumenti ad essi relazionati- non può
assolutamente prescindere dall'indagine
a sua volta puntuale e comparata dei
vari elementi storici, allora la corda -quale
essenza generatrice del suono- rappresenta certamente un
elemento cardine, essendo essa non già pietra scartata dal
costruttore
bensì pietra angolare del tempio.
(4)
1. LE
QUATTRO ETA' DEL BUDELLO
Materiale
di impiego millenario (si sono ritrovate corde di minugia in
antichi strumenti a pizzico Egizi risalenti alla III° dinastia), (5),
nel corso dei secoli si assistette ad un processo di affinazione delle
tecniche
necessarie a produrvi una buona corda,
ma solo verso la seconda metà del secolo XVII questa lunga parabola
evolutiva portò alla rivoluzionaria scoperta
e diffusione delle corde
gravi filate, costituite da un'anima di budello completamente rivestita
di un sottile filo metallico,
generalmente argento ma anche rame ed ottone.
La ricerca ha
permesso di formulare l'ipotesi che gli sviluppi
della tecnologia di manifattura delle
corde di budello si siano caratterizzati probabilmente non tanto per una lenta
progressione, ma piuttosto per dei bruschi cambiamenti dovuti
all'apporto di
qualche novità tecnologica che si
è poi
ripercorsa con sorprendente rapidità sugli strumenti musicali
coevi
determinando la comparsa/scomparsa di alcune
classi che si erano mantenute in relativo stato di quiete nei
periodi di mezzo.
Questa
affermazione può essere in parte verificata esaminando gli
effetti
causati in alcuni strumenti musicali in seguito alla comparsa delle
corde gravi
filate, responsabili dirette, ad esempio, del
rapido abbandono degli ingombranti Bassi di Violino
in
uso fino alla fine del Seicento -o poco oltre- in favore del
nascente
Violoncello. (6).
Non
sembra fuori luogo affermare che nei periodi di relativa stagnazione
tecnologica della manifattura delle corde queste vennero probabilmente
realizzate al meglio dell'abilità e della
perfezione possibile da parte
dei cordai. E' in altre parole da sfatare
la concezione ricorrente che le corde degli antichi fossero in qualche
modo primordiali, lontane
dalla presunta perfezione
delle nostre.
La ricerca, si diceva, ci
permette di proporre al lettore l'ipotesi
di quattro età caratteristiche o, se si
preferisce, tappe
evolutive della tecnologia di manifattura di una corda di budello.
La prima
età delle corde musicali si
perde nella notte dei tempi ed è
stata sostanzialmente identificata in
quel lungo processo di
selezione empirica delle materie prime
naturali atte a possedere una certo
grado di resistenza alla trazione e una certa predisposizione spontanea
a produrre
suono una volta intrecciate tra di loro, primi fra tutti la seta
e il budello.
Quest'ultimo, a causa della
facile reperibilità, prese nell'occidente
Cristiano e nelle civiltà del
bacino
mediterraneo il sopravvento.
Ne
è seguita l'individuazione e la messa a punto progressiva del sistema
di fabbricazione più idoneo, quello indicato, in buona
sostanza, dai
numerosi ricettari fai da te del Medioevo: procedimento
sorprendentemente simile a quello attuale.
Ecco ad
esempio una ricetta di anonimo tratta dal Secretum
Philosophorum, secolo XV:
‘Ad
faciendum
cordas lire/ Cum autem volumus facere cordas lire […] recipe
intestina ovium et
lava ea munde et pone ea in aqua vel in
lexivia per dimidium vel plus usque caro se separet leviter a materia
corde que
est similis quasi nervo. Post depone
carnem
de materia cum penna vel cum digito mundo. Post pone
materiam in lescivia forti vel rubio vino per 2 dies.
Post
extrahe et sicca cum panno lineo et
iunge 3 vel 4 simul secundum
quantitatem quam volueris habere et atturna ea usque
sufficiat. Et extende ea
super parietem et permitte
sicare
[…]’.(7)
ll
prodotto finito,in virtù del fatto che la manifattura non risultava ancora professionalizzata, doveva
caratterizzarsi, con tutta probabilità, per una
variabilità qualitativa
piuttosto ampia.
-La seconda tappa evolutiva si
può probabilmente collocare
tra la seconda metà del XV
secolo e la metà del secolo seguente.
Questa sembra coincidere con la comparsa della figura del
cordaio, il quale perfezionò e
razionalizzò le tecniche manufatturiere già in uso
portando la qualità delle
corde armoniche ai massimi livelli. Emblematica in tal senso la
scomparsa
pressochè totale dai ricettari del
tempo dei procedimenti per far da sè le corde,
ricette piuttosto diffuse nel corso del Medioevo.
Lungo il
corso del Cinquecento i centri più rinomati nella produzione di
corde armoniche furono anche importanti centri di tintura e filatura di
seta e
cotone, basti ad esempio citare
Firenze, Venezia, Norimberga e Lione, ma anche Brussel, Roma e
Monaco.
Non possiamo escludere pertanto -in
termine di ipotesi- una possibile acquisizione da parte dei cordai di
queste
città delle più complesse tecniche di filatura in uso per
le sete permettendo
così una prima importante riduzione
della rigidità delle
corde più spesse utilizzate nei registri
gravi degli strumenti.
Questi
bassi dovettero probabilmente essere ancor più elastici e quindi
più efficenti di quelli fino a quel momento utilizzati se ci si
potè permettere
un primo importante mutamento
morfologico: il liuto ad esempio già verso
la seconda metà del XV
secolo
potè espandersi decisamente verso il
grave di un intervallo di quarta,
talvolta quinta, acquistando
una sesta corda doppiata con
l’ottava (il cosiddetto ordine) oltre la quinta che
già possedeva, e
così accadde anche per le viole da arco.
-La
terza tappa evolutiva si può
collocare a partire dalla seconda metà del XVI secolo quando
vi fu un importante salto di
qualità da parte degli strumenti musicali: al liuto a sei cori venne aggiunto un settimo coro
più grave (e in seguito diversi
altri
sulla stessa tastiera) accordato già da subito addirittura una
quarta, talvolta
una quinta, al di sotto del sesto. Negli strumenti ad arco di grossa
taglia si
è accreditata l'ipotesi di una
certa contrazione delle lunghezze
vibranti, a parità di intonazione
si
intende, rispetto a quelle precedentemente in uso.(8)
Studi recenti (9) tendono a
dimostrare che la ragione
di queste repentine modifiche sia da
ricondurre all'applicazione di un'idea fortemente innovativa: l'incremento del peso specifico del budello
da utilizzare per fare le corde dei bassi mediante opportuni
trattamenti
di carica con sali di metalli pesanti pigmentati in rosso cupo o
marrone. Nell'iconografia musicale del
Seicento non è
infatti infrequente osservare che le corde
dei bassi si presentano con
colorazioni completamente differenti da
quella gialla, tipica del budello
naturale, in favore del rosso cupo fino al marrone e che queste colorazioni
compaiono proprio là dove oggi si
utilizzano i bassi moderni. Ma la conferma più autorevole
è venuta dai diametri
dei fori per le corde basse nei ponticelli (quelli ritenuti originali,
naturalmente) di liuti sopravvissuti e presenti nei musei: tali fori si
presentano troppo sottili perché una corda di budello naturale,
qualora posta
in giusta intonazione, possa poi
possedere tensioni di lavoro sufficienti, a meno che non sia stata
opportunamente appesantita. Tale stratagemma avrebbe dunque permesso la
produzione
di corde gravi molto più sottili e sonore
di quelle in uso fino ad allora…
passanti per quei fori senza perdere in tensione. Contro
questa teoria si contrappone il fatto che le corde di
questo tipo, oggi realizzate, non si presentano trasparenti alla luce;
aspetto
che sarebbe sottolineato invece nei trattati del tempo. In merito a
questo
argomento va meglio specificato come i documenti storici (ad eccezione
del
Burwell Lute Tutor) si riferiscano in realtà soltanto alle corde
per registri
acuti e medi del liuto, non certo ai bassi.
Questa terza fase evolutiva,
che caratterizzò le età di Monteverdi e di Stradella, fu
certamente quella in
cui la complessità manifatturiera
generale delle corde di budello raggiunse vertici
rimasti probabilmente insuperati.
-La quarta e ultima età
delle corde da musica -che continua ancor
oggi- si caratterizzò per la
comparsa delle corde basse filate, costituite da un'anima di budello
-in
pratica una comune
corda- o seta su
cui è avvolto strettamente a spire accostate o spaziate un sottile filo metallico a sezione tonda.
La
più antica testimonanza cartacea manoscritta
a nostra
disposizione risale al 1659: ‘Goretsky
hath an invention of Lute
strings covered whith silver wyer, or
strings which make a most admirable
musick. Mr Boyle.’; ed
ancora: ‘...string of guts done
about with silver wyer, makes a very
sweet musick, being of Goretsky's
invention...’.(10) A questa
seguì in ordine
temporale il Trattato
per Viola da gamba di John Playford del
1664, il quale rappresenta
per così dire l'annuncio ufficiale
dato al mondo
musicale del tempo, e poi da altri. (11)
La diffusione di questi nuovi e
più efficenti bassi non sembra tuttavia rapida
come potrebbe apparire se il violista da
gamba Sainte Colombe le introdusse in Francia solo verso il 1675 (12)
e in Italia, paese da sempre produttore
di rinomate corde armoniche, se ha
notizia dal 1677 (13); risale
comunque al 1685 la prima raffigurazione pittorica europea a noi nota
di un violino in cui si può osservare che la
quarta corda bassa è bianca
rispetto alle tre più acute giallo scuro: filata con tutta
probabilità in
argento o rame argentato. (14)
Le
conseguenze in campo costruttivo e musicale di questa nuova scoperta furono assai profonde tanto
che si può senz'altro parlare di un
vero e proprio muro divisorio
tra il prima e il dopo. Infatti, se negli
strumenti più
acuti come il violino le
lunghezze
vibranti furono comunque a misura d'uomo, negli strumenti di
taglia più grossa esse furono da
sempre assai sproporzionate rispetto all'estensione raggiungibile
con facilità dalle dita
della mano sinistra. Si intuisce che non appena gli antichi poterono disporre
di bassi molto più efficenti una delle cose che venne loro da
pensare fu
proprio quella di ridurre sistematicamente le lunghezze vibranti degli
strumenti da fondamento, così da renderli molto più agili.
Questo spianò la strada a nuove
forme musicali mentre per il violino
significò un uso più frequente della quarta corda tastata
rispetto ai periodi
precedenti.
2. LE TECNOLOGIE MANIFATTURIERE DELLE CORDE DI
BUDELLO NEL XVIII-XIX SECOLO
Prima di
esaminare le caratteristiche tipiche delle montature
di corde per il Violino del XVIII-XIX secolo
-arco storico appartenente alla quarta età
evolutiva delle corde armoniche- si rende necessario aprire una parentesi
specifica nei riguardi del periodo che immediatamente lo precede, prima
cioè della
venuta delle corde basse filate, questo al fine di conoscere
quali erano
le tipologie di corde a disposizione
nel tardo Seicento e quali furono
utilizzate sul nostro strumento.
Il Trattato dell'Inglese Thomas
Mace (London 1676) rappresenta indubbiamente il documento più
esauriente, in fatto di corde, del
periodo anteriore le età di Bach e Mozart.
La cosa che balza subito agli
occhi -ma questo traspariva già
nelle
istruzioni per Liuto di John Dowland (15)-
è la loro suddivisione
in tre
tipologie di base:
-corde
per gli Acuti (Minikins, Romans).
-corde per
i Medi (Venice Catlins).
-corde
per i Bassi (Lyons o i deep dark red colour Pistoys). (16)
Questa
disposizione sembra suggerire fortemente non tanto una
semplice differenziazione commerciale
o di zona di provenienza
del prodotto (fin
dal primo Cinquecento le corde prendevano il nome
dalla zona di provenienza), bensì anche di tipo tecnologico.
Ciascuna di queste tre classi sembra in altre parole indicare che
furono
seguite specifiche, diversificate strategie manifatturiere
volte ad assicurare via via le
caratteristiche meccaniche ed acustiche
necessarie ad ogni registro dello strumento, assicurando
così una perfetta ed omogenea
transizione tra i vari
registri. In termini più generali è chiaro a
qualunque cordaio di oggi, ad esempio, che non è possibile
impiegare la
tecnologia specifica volta a realizzare i cantini di budello per liuto
(dove si
spende tutto nella la ricerca della massima resistenza alla tensione e
allo
sfilacciamento) al fine di realizzare ad esempio dei ‘re’
per violino, dove
viceversa il criterio guida risulta la massima riduzione della
rigidità della
corda.
Come si
può osservare, nonostante
il fatto che le prime menzioni della
comparsa delle corde
filate
siano ancora di nazionalità Inglese e
precedenti questo Trattato, i bassi descritti sono ancora quelli in puro
budello, di provenienza italiana o francese.
Un
esempio di montatura per il violino del XVII secolo ci è descritto da Talbot (17),
corroborato anche da alcuni riscontri iconografici (18) nei quali è possibile osservare
una netta differenziazione
cromatica tra le prime
due corde acute -di colore
giallo chiaro- e la terza e quarta
corda grave decisamente marroni: ‘Best
strings are Romans 1st and 2nd [;] of Venice
Catlins: 3rd &
4th
best be finest & smoothest Lyons, all 4 differ in size.’.
Mersenne,
secondo le nostre informazioni, è l'unico
nel corso del Seicento che ci abbia fornito una
generica ma utile indicazione sui
calibri delle corde del
violino: ‘...la
chantarelle des Dessus
est aussi grosse que la quatriesme
des Luths, que la force des sons de cet instrument vient de la briesueté de les chordes.’. (19) Questo sta a significare un
diametro compreso probabilmente tra 0,70-0,80 mm.(20)
Con
l'affermarsi delle corde filate (e in conseguenza della forte richiesta
commerciale soprattutto per gli strumenti ad arco) le
tradizionali e forse anche segrete tecniche di costruzione dei
bassi in puro budello
andarono rapidamente perdendosi, dimenticate dalle
nuove generazioni di cordai: un
sottile filo metallico intorno ad una
corda di budello
bastava infatti ad
ottenere una corda
grave straordinariamente sonora.
In
conseguenza di ciò la loro manifattura passò probabilmente da subito
in mano ai liutai
e talvolta
ai musicisti stessi:
avvolgere una usuale corda di
budello con del filo da Spinetta o Cetra non
costituiva certo un problema per
gli intraprendenti liutai e
musicisti di allora. (21)
Per i
cordai del primo '700 dovette pertanto esserci un drastico
ridimensionamento della loro
versatilità produttiva: negli
esaurienti Trattati e documenti
della metà del '700 (22) si
è infatti persa
completamente la
ricca varietà merceologica di corde descritta in quelli del '600
in favore di
un unico sistema di fabricazione che
è
poi quello rimasto in uso nei secoli sucessivi e, nella sua sostanza,
fino ad
oggi.

Il procedimento seguito
nel corso del XVIII secolo (Figura 1)
risulta a prima
vista sorprendentemente analogo
a quello odierno, ma in
realtà
vi sono alcune differenze sostanziali che portano ad ipotizzare
che le
corde di allora -e questo almeno fino
alla fine del XIX
secolo- furono probabilmente meno
rigide, innanzitutto perché più ritorte, e
pertanto genericamente migliori
delle nostre.
La procedura del
tempo prevedeva come prima cosa l'impiego
di budello intero di agnello -di
lunghezza pari ad almeno 50 piedi-
(23) il quale, dopo essere stato
accuratamente svuotato e sciaccquato per alcuni giorni in acqua
corrente,
subiva una serie di trattamenti volti ad eliminare le membrane non
muscolari e
le sostanze grasse. Questo risultato si
otteneva lasciando le budella in immersione per alcuni giorni in bagni alcalini a concentrazione via via
crescente così da poter asportare
con
facilità, per mezzo di una semplice ma delicata
raschiatura effettuata
con il dorso di un coltello o per mezzo
di un frammento di canna
palustre, le membrane non muscolari
e il grasso che
sempre accompagna la minugia.
I bagni alcalini erano costituiti
da ceneri vegetali stemperate in acqua (potassa). L'aumento progressivo della
concentrazione dei bagni si
spiega con il fatto che all'inizio del
trattamento di sgrassatura sono sufficenti soluzioni diluite di
prodotto alcalino le quali sono già
in grado di asportare le sostanze
grasse più facilmente solubili. Si riserva la massima concentrazione di potassa
solo alla fine, quando si rende necessaria
un'azione molto più energica
verso tutto ciò che risulta ancora
difficilmente asportabile. In questa fase poteva seguire anche
una modesta
aggiunta di allume di rocca il cui effetto astringente e
conciante induriva un pò il
budello. I
bagni alcalini, in altre parole, provvedevano a far sì che avvenisse un
concomitante processo
di fermentazione e saponificazione della
materia organica tale
da facilitare il distacco meccanico delle
parti inutili lasciando libera e
perfettamente sgrassata la sola
membrana muscolare: quella
che interessava al cordaio.
Più
budelli sgrassati venivano quindi accuratamente selezionati e
riuniti a fasci paralleli (a seconda
del diametro di corda
richiesto),
annodati agli estremi e
sucessivamente ritorti
per mezzo di un apposito mulinello (il capo
opposto della protocorda veniva fissato
ad un piolo bloccato ad uno stipite laterale del telaio di
essicamento). Dopo
aver ritorto a dovere la corda il capo libero veniva a sua volta fissato
all'altro piolo dello
stipite
opposto del telaio mettendo così in
tensione la corda umida.
Quando
il telaio risultava ben guarnito di corde si
trasportava in un'apposita stanza
dove si provvedeva al loro sbiancamento per mezzo dell'insolforazione, in altre parole
bruciando in un bacile
dei fiori di zolfo e
sottoponendo le corde per giorni all'azione sbiancante dell'anidride
solforosa
che si sviluppava dal processo di
combustione. Al termine di questa
operazione le corde venivano ulteriormente ritorte provvedendo
poi al loro
essicamento finale in aria libera, operazione che
prendeva poche ore.
L'ultima fase consisteva
nella levigatura tramite
sfregamento della loro
superficie per mezzo di un'erba dotata di proprietà abrasive (imbevuta
del liquido alcalino
di sgrassaggio,
o tempra): l'equiseto, asperella o
coda di cavallo. Le corde levigate si ungevano quindi con olio di
oliva,
venivano tagliate ai capi del telaio e confezionate in circoli: ogni confezione poteva contenere
dalle 15 alle 30 corde o più immerse nell'olio
di oliva. (24).
Vi sono dunque differenze
sostanziali tra la procedura
seguita oggi e quella di allora.
La
prima cosa da sottolineare è che oggigiorno non si
utilizza molto meno frequentemente il budello di agnello in
favore di
materiali provenienti da bestie più anziane.
La
prassi seguita generalmente dai cordai del Settecento e
buona parte dell'Ottocento prevedeva inoltre
l'impiego di budello intero mentre oggi si adoperano strisce ottenute
tagliando
longitudinalmente, con apposite macchine o anche manualmente, la
materia prima.
Questo permette di limitare il grado di conicità della corda
prodotta, problema
che da sempre asillava le corde da cantino di allora. Per un fatto
naturale
infatti gli intestini presentano un diametro via via crescente.
Si fa
comunemente risalire il procedimento del taglio longitudinale
del budello al tardo XVIII secolo ad opera
dei cordai
tedeschi: in realtà questa operazione fu già praticata in
Italia oltre la
metà del XVI secolo (vedere
ad esempio il secondo Statuto dei Cordai di Roma: il
documento, che abbiamo potuto esaminare, è datato 1587 e fu
scoperto nel 1999
da Marco Pesci di Roma), tanto che alcuni
regolamenti statutari del tempo
minacciarono pesanti sanzioni ai cordai (in questo caso romani) che fossero stati sorpresi a ‘...
spaccare le mazze, o
budelle
per mezzo...’ (25).
Evidentemente non fu considerata una buona
pratica - al di là dei vantaggi indotti
nella regolarità del calibro
prodotto- se la più prestigiosa e potente corporazione di cordai
di allora
-quella romana- ne proibiva l'uso.
Ulteriori elementi di
differenza
sono l'impiego attuale di sali alcalini puri (come il carbonato di
sodio) in
sostituzione della potassa vegetale -che
è carbonato di potassio
impuro- (ottenuta bruciando vinacce e
feccie di vino) per sgrassare le budella, mentre per l'operazione di sbianca ci si avvale di prodotti
ossidanti come l'acqua ossigenata o il perossido di sodio. L'ultima e
sostanziale differenza rispetto ad un tempo ci è data dal fatto
che le corde
grezze ed essicate non vengono più leggermente levigate per
mezzo di erba abrasiva -o per mezzo di pomice in polvere- bensì rettificate
con
un'apposita macchina (la ‘rettifica
senza centri’) la quale provvede a produrre la
ricca gamma di diametri commerciali oggi richiesti.
Potrebbe
dunque a prima vista sembrare che la modernizzazione della
centenaria ed immutata tecnologia di
far corde sia stato un
fatto totalmente positivo ma le cose non
stanno assolutamente entro
questi termini. Alcuni passaggi
apparentemente banali del vecchio sistema di manifattura non sono mai
stati
investigati come avrebbe dovuto essere
e la differenza pratica si può
ampiamente riscontrare se si
compie un confronto tra i pochi campioni di corde superstiti -anche
dell'inizio
del secolo- con quelle oggi
disponibili: spesso ben ritorte
e morbide le prime quanto
frequentemente rigide, dure e poco ritorte le seconde. Le nostre corde inoltre,
se non verniciate, possiedono una durata nel tempo
-una volta montate sullo strumento-
statisticamente breve.
La questione della durata si
spiega facilmente: un corda fatta di budelli interi e che abbia subito
solo un
leggero trattamento di levigatura con erba abrasiva o pomice presenta
un numero
assai ridotto di fibre superficiali spezzate
rispetto ad una corda costituita da fettucce di budello e il cui
diametro finale sia stato forzatamente imposto per mezzo di una rettifica meccanica, la quale
può
trovarsi ad asportare anche discrete quantità di materiale, se
per disgrazia si
parte da una corda grezza troppo grossa rispetto al diametro finale
richiesto.
Il
secondo importante aspetto -il quale va ad influire
pesantemente nelle prestazioni
acustiche generali- verte sul fatto che le
corde di budello di oggi sembrano in
molti casi indirizzate a rinunciare alla ricerca della massima
elasticità in
favore della sola resistenza tensile, dimenticantosi che il compito di una corda armonica è quello di suonare
al
meglio, non certo di competere con una fune da traino. In altre parole
essa
deve manifestare la capacità di
trasformare l'impulso
meccanico
impartito per mezzo
del
crine dell'arco o con un dito in un moto vibrazionale che sia
per quanto
possibile scevro da atriti (smorzamenti) interni alla corda.
La
produzione cordaia di oggi rinuncia alla ricerca della
massima elasticità da quando non si
impiega più sistematicamente il budello di animali giovani (che risulta
meno rigido di quello delle bestie
più
vecchie), da quando si eccede in sostanze indurenti come l’allume
e da quando
la potassa vegetale (chiamata un tempo olio di tartaro e
largamente utilizzata fino agli albori di
questo secolo
per ammorbidire la pelle delle mani)
è
stata sostituita dal carbonato di sodio che pare non possieda questa
proprietà (26). A suffragare ulteriormente
l'importanza che viene ad assumere l'utilizzo della potassa vegetale nella qualità finale delle corde
armoniche
prodotte (potassa che i cordai italiani
del Settecento producevano calcinando
esclusivamente fecce di vino, mentre i francesi -nello
stesso periodo storico- utilizzavano
allo scopo le cosiddette ceneri
gravellate -cioè settacciate- che però
presentavano un contenuto di
potassa deisamente inferiore) vi è il ‘Dictionnaire
Ragionè’ di Iaubert,
p.319:
‘On
pense qu'il a encore une légere
opération à faire aux cordes avant
de
les exposer en vente; elle consiste raisemblement à les frotter
d'huile pour les adoucir et les rendre encore plus
souples: mais les Boyaudiers en sont un
mystere; ils assurent qu'ils ne se servent point d'hule, et que c'est
dans
cette derniere manœuvre
que consiste tout le secret de leur art.
Le Boyaudiers ont
raison d'assurer qu'ils ne se servent point d'uile pour
assouplir et donner du son à leurs
corde, mais ils y emploient
des
sels qui sont extraits de la lie de vin.’.(27)
Infine,
si perde in sonorità perché le corde moderne sono spesso
scarsamente ritorte rispetto a quelle del
passato. Lo si
deduce infatti, oltre
che dalle informazioni provenienti dagli
antichi documenti, anche tramite
l'esame di spezzoni sopravissuti.(28) Superfluo ricordare che il
fattore
torsione risulta basilare nel determinare il grado di
elasticità di una corda di budello (29).
Va detto
che l'effetto ammorbidente indotto sul budello da parte
dell' olio di tartaro permette di
ottenere un grado di torsione maggiore di quello massimo oggi
ottenibile.
Non si è investigato forse in
maniera esauriente sul perchè gli
antichi cordai facessero durare l'operazione di sbianca -la quale in
verità si
completerebbe nel giro di alcune ore soltanto di esposizione ai vapori di
anidride solforosa- anche per
diversi giorni, fino ad otto. (30)
Solo di
recente infatti si è cominciato a credere che questa laboriosa e scomoda procedura causi qualcosa
in più, nel budello,
che non una banale -e forse inutile- sbianca del materiale, (il Galeazzi non approvò che le corde
fossero eccessivamente bianche) (31)
di cui gli antichi cordai si erano da tempo empiricamente
accorti: la probabile formazione di ponti
realizzati dagli atomi di zolfo
così da collegare tra loro le lunghe catene di collagene
-il costituente
principale del budello- così da
incrementare le proprietà elastiche a discapito di
quelle plastiche.
Una vera
e propria operazione di vulcanizzazione insomma, un pò
come trasformare un filo di ferro cotto in acciaio armonico.
Nel Dizionario
del
Griselini (vol.V pp.131 ca.1765)
si può leggere,
a tal proposito, un passo decisamente
illuminante: ‘Ma l'operazione da
noi
descritta non basta a dare alla corda
l'elasticità convenevole, ed a renderla sonora. Havvi,
per quanto dicesi,
un altro segreto ancora [...] affinchè si secchino lentamente ai vapori del zolfo, ed elastiche
divengano.’ (32)
Il Labarraque riprende lo stesso
concetto: ‘L'azione del vapore
del solfo
è indispensabile per
ottenere buone
corde musicali...’.(33)
Così infine anche Philippe
Savaresse, il grande cordaio francese dell'Ottocento:
‘Le
soufrage influe aussi beaucoup sur la qualité des cordes. Il est
indispensable
pour les obtenir bonnes.’ (34)
In
virtù del fatto che la solforazione delle corde è stata ritenuta
soltanto un’operazione destinata a
produrre la sola
sbianca del budello si è pensato allora
di effettuarla per mezzo di comodi
reagenti chimici in soluzione, il cui uso smodato può
però comportare un certo
indebolimento della resistenza tensile del materiale.
Anche la
funzione dell'olio di oliva infine sembra andare ben più in
là
di quanto supposto, e cioè di limitarsi ad una semplice funzione estetica post-levigatura. Tutto
questo troverebbe una sua giustificazione
se ci si limitasse soltanto ad ungere
leggermente la corda poco prima
di confezionarla. Secondo la tradizione italiana queste
venivano invece lasciate letteralmente
immerse nell'olio -entro
la confezione impermeabile- per molto tempo;
mesi probabilmente, vista la
consuetudine di non utilizzare mai corde troppo fresche sugli strumenti
musicali. Non sfugge ad un attento osservatore che il budello che sia
stato
immerso per parecchio tempo nell'olio
di oliva accquista una particolare mano, come
se avesse subito un vero e proprio trattamento di concia indurente, concia che viene da tempi
remotissimi compiuta nelle pelli e cuoi per
renderli più durevoli (concia grassa o concia all'olio). La durata
di una corda così trattata risulta infatti
incrementata. Questa pare anche la funzione dell'allume di rocca
aggiunto alla soluzione alcalina prima
della fase di torcitura. (35)
La
logica conclusione porta a ritenere che le corde armoniche
di un tempo furono per certi versi superiori
-dal punto di vista acustico ma soprattutto di durata- delle nostre, le
quali
se non altro vantano il fatto di essere
almeno dimensionalmente precise, quindi raramente
false,
il vero e costante
problema delle corde del tempo che
precedette l'avvento della rettifica meccanica.
Infatti
fin quasi la metà del XX secolo ciascun musicista doveva saper
riconoscere perfettamente una corda
falsa da una buona mediante il test descritto dal Ganassi (prima
metà del XVI
secolo) e da Mersenne; vale a dire il pizzicare ad un estremo con il mignolo una corda tesa tra le mani ed
osservare il modo di vibrazione della corda in esame.
3. I
CENTRI DI PRODUZIONE
Nel
corso del Seicento il centro più prestigioso di produzione di
corde
armoniche italiano ed europeo fu certamente Roma, la
quale nel 1735
vantava una ventina di botteghe cordaie (regolate
da precisi ordinamenti statutari) che rifornivano tutta l'Europa di allora di corde armoniche di ottima
qualità.(36) I cantini romani
rimasero rinomati fino oltre la fine
del Settecento, periodo in cui fu
disciolta la potente corporazione dei
cordai dell'Urbe. Il primato
della qualità venne portato quindi
avanti per tutto l'Ottocento e oltre dai valenti cordai di Napoli seguiti a ruota da quelli della
città
di Padova (nel 1786 spiccano i nomi del cordaio Antonio Bagatella e la bottega
Antonio fratelli Priuli detto Romanin, fondata nel 1613
da
Antonio Romanin; forse originario di Roma) la quale cessò per
sempre la produzione di corde armoniche
nel 1911.(37)
-Il De
Lalande (op. cit. p.514, anno 1769) scrisse che: ‘La fabrication
des cordes de violon est une
chose qui est presque réservée à
l'Italie, Naplés & Rome en fournissent toute
l'Europe & il y a toiours beaucoup de mystère dans
ces
branches exclusives de commerce...’. (38)
-Ecco
ora le indicazioni del Galeazzi: ‘Veniamo
finalmente alle corde: devonsi
provveder le corde alle migliori Fabbriche
d'Italia; quali sono quelle di
Padova; di Napoli; di Roma; di Budrio
sul Bolognese; e dell'Aquila
nell'abruzzo. Vi sono ancora altre
fabbriche in Città di Castello; Perugia; Rieti; Teramo; ed altri luoghi; ma le prime portano il vanto;
specialmente quelle di Padova; e di
Napoli.’. (39)
-Sphor
riporta quanto segue: "Es
giebt Italiänische und Deutsche
Saiten. Letztere sind aber viel schlechter wie jene und zum Solospiel
gar nicht
zu gebrauchen. Auch die Italiänischen Saiten sind von ungleicher
Güte und in
der Regel die Neapolitanischen den Römischen und diese denen von
Padua und
Mailand vorzuziehen" (Vi sono
corde italiane e corde tedesche, delle
quali le prime devono essere preferite;
quantunque anche nelle corde
italiane ve n'abbia delle cattive. Ordinariamente
le migliori sono le corde
Napoletane, poi vengono quelle di Roma ed infine quelle di Padova e
Milano; ma
queste ultime valgono poco.) (40)
-La qualità impareggiabile dei
cantini da violino -ma anche per
altri strumenti- (41)
prodotti a Napoli costituì da sempre un
autentico rompicapo
per i Francesi, abili a fare bene qualunque
tipo di corda fuorchè i cantini per questo strumento.
Questi venivano pertanto importati in
grossa
quantità dall'Italia e a prezzi pare proibitivi. I francesi,
verso la fine del
XVIII secolo, istituirono addirittura
un riconoscimento per colui o coloro che fossero stati in grado di
eguagliare
la qualità del prodotto napoletano.
La medaglia d'oro fu alla fine proposta
al cordaio parigino di
origini...napoletane Savaresse, il quale
risolse brillantemente il caso: il
segreto
era costituito dal fatto che a Napoli e
in numerose altre zone d'italia
si utilizzavano -al contrario
dei francesi- budelli di bestie piuttosto
giovani; ma questo era già stato scritto in verità dal De Lalande nel
suo Voyage alcuni
decenni prima. (42)
-Il
primato della qualità delle corde fabbricate in Italia si
ritrova
inalterato anche alla fine del XIX secolo tanto che
George Hart scrisse:
‘Musical strings are
manufactured in
Italy, Germany, France
and England. The Italians rank first,
as in the past times,
in this manufacture, their proficiency
being evident in
the three chief
requisites for string, viz. high
finish, great durably,
and purity of sound. There are
manufactories at Rome,
Naples, Padua and Verona [...]. The
German strings now rank next to the Italian, Saxony being the seat of
manufacture [...]. The French
take the third place [...]. The English manufacture
all qualities, but chietty the cheaper kinds...’.(43)
-Il
Forino (1905) ci riporta a sua volta quanto segue: ‘...furono
celebri le fabbriche di Berti, di Colla a Roma, di Ruffini a Napoli. In oggi sono assai apprezzati i
prodotti di Righetti a Treviso, di Raffaele di Bartolomeo a Napoli, di
Nicola
Morante a Tavernale di Barra (Napoli) di Nicola Di Russo e di Raffaele
Pistola Profeta (sucessore
di Ruffini) a Salle
(Pescara), di Luigi
D'Orazi anche a
Salle e di Conti a Mugellano ( Rieti)
[....]. All'Italia ed alla
Germania segue terza la Francia che produce eccellenti corde
soprattutto per arpa: le corde di Lione godono
fama di ottime’.(44)
4. I
CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE
CORDE
Quali furono i criteri guida che
contradistinsero una buona corda
da una pessima?
La prima cosa da sottolineare è
che sembra trasparire da
parte dei musicisti professionisti del tempo
una grande abilità nel saper distinguere al tatto e a vista il
materiale di
buona qualità (anche se la zona di provenienza era già di per
sè
considerata un indice sicuro di
qualità
del prodotto) e la corda falsa da una di
buona vibrazione: queste conoscenze furono tramandate da sempre
di
maestro in allievo secondo una sorta di tradizione orale che cominciò
a spezzarsi forse a partire dagli albori di
questo secolo, quando
prese progressivamente piede la cosuetudine
di affidarsi ciecamente alle grosse
aziende cordaie che cominciavano a svilupparsi
maggiormente in Germania e Francia alla fine
dell'Ottocento/inizi del
Novecento ma non in Italia (il cordaio
italiano inteso come figura artigianale che disponeva di poche persone
volgeva
ormai al declino: prima e dopo la prima guerra mondiale la maggior
parte di
loro cominciò a chiudere bottega o preferì
emigrare all'estero, America in
testa, determinando la rapida fine
della gloriosa e pluricentenaria
tradizione italiana), le quali imposero
di fatto le loro scelte in termini di strategie manufatturiere e di
calibri
standard commerciali.(45)
La consuetudine
secolare della
tradizione orale potrebbe spiegare perchè
si trova ben poco di scritto sui criteri di scelta
delle corde nei documenti cartacei del
tempo.
Ecco
qui di seguito quanto riportato da alcune
fonti in nostro possesso:
-Galeazzi: ‘La buona corda
dev'esser diafana; color d'oro; cioè che dia sul gialletto, e
non candida come
alcuni vogliono; liscia;
e levigata, ma ciò indipendentemente dall'esser
pomiciata; senza nodi; o giunte; al sommo
elastica,
e forte; e non floscia, e cedevole.
‘(46)
-Labarraque:
‘La corde la meilleure et qui doit
faire le plus long usage, est celle qui change le moins
d'aspect quand on la monte ternissent et
perdent leur transparence ne doivent pas resister.’. (47)
-Sphor:
"Die
äussern Kennzeichen einer guten Saite sind: weisse Farbe,
Durchsichtigkeit und glatte Oberfläche. Doch darf letztere nicht,
wie bey den
deutschen Saiten, durch das Abschleifen mit Bims-Stein hervorgebracht
seyn, da
geschliffene Saiten stets schreiend und falsch im Ton sind
‘ (La
buona corda si distingue pel suo colore
bianco, la sua limpidezza e liscezza [...]. Corde
vecchie, guaste, oppure quelle di cattiva fabbrica si conoscono
subito al loro colore giallo e fosco;
esse non sono trasparenti, nè elastiche come le corde
buone’). (48)
-Maugin
& Maigne: ‘Les chantarelles,
dit M. P. Savaresse, doivent
ètre transparentes, parfaitement unies
et assenz régulières de grosseur. Elles ne doivent pas être trop
blanches, car cela prouverait qu'elles ont été
faites avec des agneaux trop jeunes, et
lorsqu'on
serre un paquet de chantarelles sous la
main, elles doivent paraitre élastiques et revenir promptement
comme le ferait
un ressort d'acier.[...]. Les grosses cordes, deuxième et
troisième, doivent,
au contraire, être transparentes et très blanches. Il faut, en outre, qu'elles
soient très molles quand on en comprime un paquet, mais
elles ne doivent
pas changer de
couleur et elles doivent revenir promptement à leur état
cylindrique; si elles présentaient trop de raideur, cela
indiquerait qu'elles
ont été faites avec des boyaux trop résistants, et, dans ce cas, elles auraient une mauvaise
qualité de son.’. (49)
-George Hart (op. cit, pp.
49-50): ‘In selecting
the E
string, choose those that are
most transparent; the seconds and
thirds, as they
are made with several threads, are seldom
very clear [...]
and hence, absence of transparency in
their case denotes
inferior material.’. (50)
L'ultimo
documento che presentiamo fu dato alle stampe nel 1905 e
costituisce probabilmente
l'ultimo testo che indichi ancora
i criteri di scelta di una corda armonica secondo la tradizione
ottocentesca:
-L. Forino (op.cit.): ‘Le
corde tedesche hanno il pregio della resistenza e, come tutti i prodotti di
quella nazione, hanno anche
quello
del buon prezzo. Sono levigatissime, dure al tatto tanto da
sembrare di acciaio [!]: anche il suono risente di
tale durezza [...].
La buona corda deve essere non troppo liscia
e bianca, chè l'azione della pomice non giova alla buona sonorità: deve essere molto elastica e
perfettamente cilindrica [...]. Per
provare l'elasticità basterà comprimere con le dita una
corda ancora
attorcigliata e fare l'esperimento, per esempio, fra una tedesca ed una
italiana.’ (51)
Le tipologie di corda a
disposizione a partire dagli inizi del Settecento in
poi per il violino -e per gli altri strumenti ad arco- si
possono riassumere in due classi
principali: quelle in budello naturale
oliato ad uso dei registri acuti e medi
e le corde filate su anima di budello per i bassi. Rispetto al Seicento si può osservare che sono
praticamente scomparse di scena le corde in budello nudo
specificatamente
realizzate per i registri medi
(le ‘Venice Catlines’, i ‘Lyon’ sottili
etc.) rendendo pertanto tendenzialmente
più difficoltoso il
raccordo timbrico e dinamico tra le
corde più acute in budello naturale e
le seguenti filate.
Questo
aspetto fu assai evidente nella quarta corda della
viola da gamba barocca la quale dovette
risolvere questo imbarazzante problema utilizzando una corda filata con
spaziatura aperta, filata solo per metà insomma
(chiamata pertanto dai
francesi demi-filée) la quale congiungeva al meglio la sonorità
della terza corda in budello naturale con la
quinta a filatura piena (52).
La
montatura tipica italiana -ma poi, nel corso del Settecento, anche
inglese e dei paesi di lingua tedesca- per violino già a partire
dalla fine del
Seicento comprendeva -presumibilmente sempre- l'impiego delle prime tre corde acute in budello naturale e
la sola quarta di tipo filato.(53)
Per quanto riguarda la Francia
solo una fonte precisò con
chiarezza
che la terza corda fu anch'essa filata come la quarta,
ma
con le spire del filo metallico non
aderenti l'una all'altra ma con
una certa spaziatura, in altre parole filata a ‘demì’.
(54). Questo non deve portare ad
escludere in termini tassativi un potenziale impiego, nella Francia del
XVIII
secolo, anche della terza in budello nudo.
La
montatura italiana (le prime tre in budello
e la quarta di tipo filato) non sembra aver subito la minima variazione
lungo
il corso del XIX secolo almeno fino agli anni venti del XX secolo, dove la
terza corda in budello naturale
cominciò ad essere progressivamente
soppiantata da una filata con alluminio, abbinata generalmente a corde
più
acute realizzate in acciaio da pianoforte.
(55)
6. I
CORISTI
Un importante
elemento, indispensabile per determinare le
possibili tensioni di lavoro del violino, risulta la frequenza del
corista (o
meglio dei coristi) in uso nel Sette-Ottocento. Al tempo infatti essi
variarono
considerevolmente, e non solo tra Stato e Stato ma anche nella stesso
luogo in
annate diverse.
Nel 1834, per la
verità, il Congresso di Stoccarda
approvò un corista standard di 440 Hz, ma questa raccomandazione
non fu mai
seguita. Nel 1858 il governo francese
riportò
che il corista
standard dell’Opéra di Parigi e dell’opera
italiana era di 448 Hz, ma un anno più tardi la Commissione per
la
standardizzazione del corista (composta da illustri personaggi come
Halévy,
Auber, Berlioz, Meyerbeer, Rossini eThomas) – la prima del genere
in Europa –
stabilì un ‘la’ di 435 Hz attraverso un decreto
imperiale.
In Inghilterra, il
corista orchestrale fu pari a 424 Hz
nel 1813, ma crebbe a 452 Hz nel 1859.
Il supposto corista ottocentesco di 435 Hz sembra essere più una
chimera che
una realtà storica, e questo risulta certamente vero anche nella
seconda metà
del secolo. Con il Congresso di Vienna del 1885 il corista fu
ufficialmente
fissato ad 870 vibrazioni semplici, o 435 doppie; una raccomandazione
adottata
dal governo italiano soltanto nel 1887. Ma di fatto il corista
continuò a
fluttuare indisturbato. Solo con la conferenza del 1939 indetta
dall’Organizzazione Internazionale per
la Standardizzazione si riuscì alla fine a far chiarezza
nella giungla
dei coristi proponendo un la di 440 Hz. Il resto è storia
recente.
Noi qui consideriamo,
per semplicità di calcolo e di
conseuetudine, un corista di 435 Hz.
Ecco comunque i dati
riportati da Ellis (The History
of musical pitch, London 1880: tabelle riportate da Pietro Righini
“La
lunga storia del diapason”, ed. Berben Ancona 1990):

Impero
Austro-ungarico

Francia

Inghilterra

Italia

Germania
7.
I DIAMETRI DI CORDA
Per
rispondere a questo fondamentale quesito
bisogna necessariamente prendere in considerazione la documentazione trattatistica del tempo
-come già fatto a suo tempo da altri ricercatori- ma con un angolo
di
visione diverso dal consueto, e cioè a
partire soprattutto dalle informazioni che ci sono pervenute dai
cordai
dell’epoca. Questo tipo di approccio
permette a nostro parere di partire con il piede giusto
perchè,
al di là di quanto può essere stato scritto nei Trattati
e nei Metodi coevi per
violino, furono comunque i cordai che alla fine stabilirono (o meglio
imposero)
i diametri commerciali delle corde del loro
tempo.
Il
diametro di una corda è indisolubilmente
legato al numero di budelli di cui
è
costituita, i quali determinano nella
realtà -a parità del numero impiegato- non certo un unico
calibro finale
bensì una certa sua oscillazione
rispetto
ad un valore medio e
questo in virtù del fatto che i budelli
-essendo un prodotto naturale- non sono
mai perfettamente eguali tra loro.
Questo
è un punto fondamentale che va subito chiarito.
A differenza di oggi, dove si
dispone di una grande varietà di misure
commerciali di corda il cui incremento segue una progressione costante
imposta per mezzo di una rettifica meccanica
(ad esempio 0,60 mm; 0,62
mm; 0,64 mm e così via), il calibro finale delle corde prodotte
fino ai primi decenni del Novecento fu condizionato quasi esclusivamente dal numero di budelli
accoppiati per realizzare una corda di un dato diametro. Come riportato
da
alcuni documenti (56)
le
corde infatti si
contradistinsero in commercio non per il loro diametro in mm
bensì per una
numerazione scritta sulla confezione la quale stava a
caratterizzare la
quantità di budelli impiegati per
realizzare le corde presenti all’interno della busta oleata.
Da
sempre i cordai si prendevano cura di standardizzare il
più possibile la qualità dei budelli da utilizzare
(ricercando materiale
proveniente da agnelli della stessa età, razza e medesima zona di provenienza ed infine
selezionando accuratamente i budelli prima di abbinarli tra loro).
Tuttavia una
certa incertezza -o meglio oscillazione- del calibro finale risultava
inevitabile e a ciò non si poteva
assolutamente porre rimedio con una generosa
levigatura manuale (che infatti non è un'operazione di
precisa rettifica
meccanica bensì di levigatura superficiale) perchè
altrimenti vi era il rischio
tangibile di rendere una
corda falsa per la difficoltà obiettiva
di poter mantenere
manualmente una perfetta rotondità del budello così
lavorato o causare anche una rottura eccessiva delle fibre superficiali.
Sovente
infatti i cantini del Violino non venivano affatto levigati,
proprio per evitare questo rischio sempre incombente.(57)
Ecco
allora che una corda fatta a partire ad esempio da tre
budelli
prendeva un intervallo di diametro che può
risultare ben rappresentato da una curva a
campana
capovolta (gaussiana). Questo risulta
naturalmente valido anche per corde di altri calibri ottenute accoppiando tra loro un
diverso numero di budella. L'abilità
del cordaio consisteva quindi nel fatto
che la confezione
contrassegnata ad esempio dal
numero tre fosse caratterizzata da una scarsa variazione del diametro medio
oltre che da una certa riproducibilità
dello stesso in partite di produzione temporalmente diverse,
aspetto
questo comprensibilmente gradito dai musicisti del tempo.
In
altre parole l'ottenimento di una gaussiana
di base molto stretta.
Un'idea dell'ampiezza
dell'intervallo di calibro che si
poteva disporre da corde fatte a partire da uno stesso numero di
budelli la si può forse
dedurre dai tre gradi di tensione
suggeriti per il cantino del violino da George Hart, cui
corrispondono questi estremi di
diametro:
0,65-0,73 mm. Risulta
intuitivo comprendere che mano a
mano che il numero di budelli da
accoppiare si incrementa -al fine di ottenere maggiori spessori-,
l'ampiezza
della variazione del diametro prodotto decresce rapidamente
a causa dell'effetto di mediazione indotto dai
numerosi budelli accoppiati e così pure lo scarto di calibro
esistente tra due
corde attigue per numero di budelli, come ad esempio tra
una costituita da dieci e una da
undici fili. Il tutto è simile all'avvicinarsi
dei tasti di una chitarra tra loro mano a mano
che si procede verso le
posizioni più acute in tastiera.
Veniamo ora alle
informazioni
storiche provenienti -o almeno riconducibili- ai cordai.
-La prima fonte a noi nota che riporti dati provenienti dall'Italia sembra essere il ‘Voyage en Italie"’ di De