- Le montature di corda per strumenti ad arco ed il dilemma filologico: dialogo -

                                                 (aggiornamento: 18 Novembre 2005)

                                                                                                                          di Mimmo Peruffo

 

 

                                                                                                     ‘ L’essenziale è invisibile agli occhi’

                                                                                                          (Antoine De Saint-Exupèry)

 

Premessa al lettore

Il cordaio gode della fortuna di costituire un elemento determinante nel processo di ricostruzione dei repertori musicali antichi realizzati con montature cosiddette storiche.

E a lui infatti che i musicisti si rivolgono, e non solo per ordinare corde di diversi calibri,  ma anche per chiedere consigli in merito alle montature adatte ad un certo repertorio piuttosto che ad un altro, per trovare insomma la soluzione al proprio problema. Sovente, nella ricerca dell’ottimizzazione acustica, egli si trova costretto ad affrontare argomenti  più propri della liuteria, come ad esempio quelli ruotanti intorno alla questione del ponticello, dell’anima e della cordiera.

Il cordaio inoltre, godendo del raro privilegio di seguire un’amplissima fetta della popolazione musicale, cioè  quella  dedita agli archi e agli strumenti a pizzico, può capire non solo in che direzione essa si stia movendo ma intuirne anche il grado di conoscenza organologica (o anche squisitamente pratica) in materia di corde.  Sia essa dedita al solismo, alla pratica orchestrale o semplicemente alla ricerca.

E questo, vista la scarsa popolazione di cordai, non soltanto nell’ambito della propria regione o stato ma soprattutto in ambito europeo o più squisitamente internazionale.

Con i suoi suggerimenti (che si allargano poi a macchia d’olio diventando patrimonio collettivo nella schiera dei suoi clienti e non) e più marcatamente con la scelta di specifici indirizzi produttivi e di tipologia di corda  egli è realmente in grado di modificare ipso facto –qualora lo desiderasse- in maniera profonda  il baricentro delle cosiddette esecuzioni filologiche.

Un eventuale (anche silenzioso) cambio di rotta nella tipologia di corda prodotta e nei diametri proposti  porta infatti sempre ad una catena di eventi di adattamento che coinvolge   -secondo una sorta di effetto domino-  liutai, archettai, ed esecutori stessi.

E questo perché, come nei secoli passati, è sempre la corda l’elemento basilare di partenza, l’essenza generatrice del suono a cui tutti sono costretti a guardare, soprattutto poi se ci si vuol calare nei panni (e nei problemi) del tempo.

Va sottolineato il rischio opposto: il cordaio, per fini di una maggior agilità produttiva e riduzione di costi può essere tentato di modificare la maniera di fare le corde semplificando e sveltendo talune operazioni che sono magari assolutamente indispensabili al suono. Questo  è esattamente quello che è accaduto nel passato, dove la produzione cordaia, al fine di potersi convertire nella produzione industriale di fili chirurgici e corde da tennis, ha dovuto subire profonde e sostanziali modifiche. Il ritorno alla produzione di corde per musica implica necessariamente un nuovo cambio di strategia produttiva.

Perché non è affatto vero che basta che una corda sia comunque di budello per ricreare automaticamente un suono di qualità, così come non è vero che basta avere dei pomodori per ottenere automaticamente un buon sugo.

Se poi questo cambio non avviene (e purtroppo in massima parte non è avvenuto) ecco allora la diffusione tra i musicisti di una  frustrante e povera resa acustica imposta da una cattiva tipologia di corde, non riconosciuta  come tale e passivamente accettata come norma in virtù soltanto del fatto che non sono noti i criteri di distinguo tra una corda buona ed una cattiva, come invece avveniva nel passato.

Se non si sono mai assaggiate minestre diverse risulta infatti impossibile esprimere un’opinione obiettiva sulla propria.

Se il cordaio gode della fortuna di essere non solo un artigiano che riproduce meccanicamente  gesti secolari ma anche un ricercatore -o più semplicemente una persona aperta alle novità conseguenti l’attività di  ricerca di altri- ecco allora aprirsi la meravigliosa e responsabile possibilità –senza per questo dover rinunciare necessariamente ad alcuni artifizi moderni- di poter allineare la propria produzione secondo i criteri costruttivi e qualitativi di un tempo scatenando di conseguenza quella benefica reazione a catena di adattamenti che coinvolge tutte le figure professionali a lui seguenti così da arrivare ad una sonorità sicuramente più bella e anche storicamente corretta.  Parafrasando, bisognerebbe un po’ alla volta  arrivare a garantire a tutti i costruttori di automobili  (i liutai) una tipologia di carburante che, seppur prodotto da aziende diverse si attenga strettamente a determinati criteri di qualità. Se ne gioverà di conseguenza non solo il costruttore di automezzi il quale, disponendo ogni volta della stessa benzina potrà ottimizzare al meglio i propri motori senza incombere in brutte sorprese, ma anche l’automobilista. Difficile pensare che entrambi possano considerarsi felici se dovessero un giorno scoprire che sotto la voce benzina super  si possa celare in realtà di tutto. In caso di scarsa resa  del motore ben pochi sarebbero infatti in grado di capire che è soltanto questa la vera causa del malfunzionamento.

Tutti noi infatti, quando facciamo rifornimento,  desideriamo che sotto il nome benzina super  vi sia sempre quel certo tipo di carburante  anche in caso di marche produttrici diverse.  Ma tutto questo per le corde non esiste ancora.

Ecco dunque spiegate le ragioni del seguente Dialogo, il quale vuol semplicemente portare ad una migliore condivisione delle responsabilità nel processo di ricostruzione del suono storico.

 

Vicenza, 25 Giugno 2004

 

 

 

Prologo

Nel Maggio del 2004 un gruppo musicale dedito soprattutto a repertori tardo barocchi, classici e preromantici (pur non disdegnando, anche se raramente, quelli del primo Seicento), si trovò a transitare nei pressi di una cittadina del sud Europa  rinomata per la produzione di corde in budello. Trovandosi in difetto di tali accessori decisero di contattare il cordaio e di cogliere l’occasione per visitarne il laboratorio. Il gruppo risulta composto da violini, viole, violoncelli, contrabbasso e violone, tutti armati con corde di budello. Sono presenti nell’insieme anche esecutori di strumenti a fiato e, naturalmente, anche di cembalo e tiorba.

 

(Dopo aver suonato al campanello vengono accolti dal cordaio stesso….)

 

Cordaio: Buongiorno Signori, in cosa posso rendermi utile?

Musicisti: Siamo in viaggio verso il centro Italia per una serie di produzioni che spazieranno da Stradella, Corelli, Bach e primo Ottocento.

Ci siamo per fortuna accorti di essere in difetto di corde, corde di budella si intende.

Sa, la nostra formazione esegue questi autori con criteri strettamente storici e le corde di budello ci sono pertanto indispensabili.

Cordaio: Certo …che calibri vi interessano?

Musicisti: Siamo a corto di corde in generale; viole, violoncello e violini, sì violini soprattutto! Forse servirà qualcosa anche per il contrabbasso. Visto che abbiamo giusto un po’ di tempo ci terremmo anche a fare una chiacchierata e a visitare il suo laboratorio, se ce lo permette. 

 

I segreti di bottega…

C: Ma certo, sono felice di accontentarvi!

Sapete, questo è un avvenimento per certi versi inconsueto:  fin dagli albori dei tempi l’arte di far corde è sempre stata tutelata a guisa di segreto ma ritengo che sia oramai giunto il tempo di aprire le porte alla legittima curiosità. Il segreto fu nel passato una scelta necessaria: intere aree territoriali (cito ad esempio l’Abruzzo,  Roma, Napoli, Padova qui in Italia; per non parlare poi di Monaco, Lione e altri importanti centri europei) dovettero il loro benessere proprio alla capacità di saper portare le corde all’ultimo grado di perfezione e alla tenacia nel difendere i loro segreti manifatturieri ereditati di padre in figlio.

M: Siamo lietissimi di sentirglielo dire, infatti alcuni di noi vorrebbero imparare a farsi da sé le corde in casa, per ottenere risultati realmente storici…

C: No, non cadete anche voi come altri in questa trappola! L’arte di far corde è materia molto complessa e difficile; pensate che nel Seicento a Roma si richiedeva un apprendistato di quasi un decennio prima di potersi definire maestro cordaio ufficialmente iscritto alla corporazione.

Esistono per la verità dei ricettari risalenti al medioevo ma sono estremamente sintetici ed anche un tantino ermetici; quindi non certo adatti ad insegnare a fare le corde come si comanda! A partire dal tardo quattrocento tuttavia l’arte di far corde diventò una vera e propria professione regolata da severi statuti corporativi.

Facciamo un paragone con la chitarra: se ci si accontenta dei soli accordi essa si può imparare a suonare in poche settimane;  ma se si desiderano una conoscenza e padronanza realmente complete dello strumento allora è necessario passare attraverso un lungo e difficile cammino.

Vedete, a nessuno di noi è mai passato per la mente di chiedervi di insegnarci a suonare le partite  per violino solo di Bach in una sola settimana oppure di realizzare tutto questo in proprio attraverso dei manualetti fai da te.

Così è per le corde:  serve la professionalità di un maestro cordaio che ci insegni, oltre alla pratica quotidiana di anni.

Ogni Arte  va dunque rispettata, non improvvisata o banalizzata.

Fare una corda come si deve, dicevo, è veramente una materia assai complessa. Pensate che per avere una corda di budello finita necessitano almeno 10-12 giorni di lavorazione!

M: Caspita; e pensare che alcuni di noi si lamentano per il prezzo eccessivamente alto delle corde di budello!

C: Questo è una cosa ingiusta: innanzitutto è giusto che sappiate che le corde un tempo costavano molto, molto più di oggi.

Ricordate  anche che ci troviamo di fronte ad un prodotto la cui lavorazione  necessita non solo di tutto questo tempo ma che è ancora fatta quasi interamente a mano secondo i dettami di antiche tecniche di fatto quasi scomparse dal pianeta:  è tanto infatti se siamo sì e no quattro o cinque botteghe al mondo!

Pensiamo per un attimo al prezzo di un cantino di un violino: quale prodotto di raro artigianato (e che viene utilizzato – non dimentichiamolo - su strumenti musicali del valore di migliaia di euro) viene a costare  meno di un paio di cappuccini?? Cappuccini che durano poi lo spazio di qualche minuto mentre una buon cantino può durare invece diverse settimane: di questo nessuno se ne accorge.

 

M: Si, riusciamo a capire.

 

Della manifattura antica…

C: Bene, descriviamo innanzitutto il ciclo di manifattura di una corda di budello  così come si eseguiva in Italia, tramandato di padre in figlio in un arco di tempo compreso tra la metà del Settecento e i primi decenni del XX secolo (vedere Francois De Lalande: Voyage en Italie [...] fait dans les années 1765 et 1766, 2nd edition, vol. ix, Desaint, Paris 1786, pp. 514-9).

M: Molto bene.

C: Dunque, la  procedura  di allora prevedeva come prima cosa  l'impiego  principale di budello tenue di agnello o anche di castrato di 7-8 mesi di età il quale, dopo essere stato accuratamente svuotato e sciacquato per alcuni giorni in acqua corrente al fine di asportare gli escrementi, subiva una serie di trattamenti volti a rammollire e a distaccare le membrane non muscolari e le sostanze grasse ivi presenti. Questo risultato si  otteneva lasciando le budella in immersione per alcuni giorni in  bagni alcalini e raschiando poi delicatamente il materiale con un pezzetto di canna palustre.

I  bagni alcalini si ottenevano stemperando delle ceneri di feccia di vino (contenenti la potassa, ovvero carbonato di potassio)  in acqua e, dopo decantazione, se ne utilizzava la porzione limpida.  Detti bagni, in  altre parole,  lasciavano libera  e perfettamente  sgrassata la sola membrana muscolare:  quella  che interessava al cordaio.

Più budelli sgrassati venivano quindi accuratamente selezionati e riuniti  in fasci paralleli (a seconda del diametro di  corda  richiesto),  annodati assieme  agli estremi e poi ritorti  per mezzo di un apposito mulinello (il capo opposto  della protocorda veniva fissato ad un piolo di legno bloccato ad un lato del telaio di essiccamento). Dopo aver ritorto a dovere  la corda  il capo libero veniva a sua volta fissato al piolo opposto del telaio mettendo così in  trazione  la corda umida.

Quando  il telaio risultava ben guarnito di corde umide e di prima torcitura esso veniva trasportato in  un'apposita stanza chiusa ermeticamente dove le corde erano sottoposte per alcuni giorni all’azione sbiancante dei fumi di anidride solforosa che si  sviluppava dal processo di combustione di un po’ di zolfo posto in un bacile. Al termine di questa  operazione le corde venivano ulteriormente ritorte e ancora solforate per poi provvedere  al loro  essiccamento finale ponendo il telaio all’aperto.

Una volta ben seccate si procedeva alla loro levigatura  tramite  sfregamento  della superficie per mezzo di un'erba dotata di proprietà abrasive, o per mezzo di pomice in polvere. Le corde così levigate si ungevano quindi con olio di oliva, venivano tagliate ai capi del telaio e confezionate in circoli.

 Ho finito!

 

 Christoph Weigel: Der Saitenmacher, Regensburg 1698

 

M: Molto interessante questa sintetica descrizione del ciclo di lavorazione, effettivamente pochi di noi ne avevano conoscenza!

C:  Ok, ma ora andiamo avanti con ordine, definendo innanzitutto alcuni parametri di partenza. Vedete, sono alcuni decenni oramai che abbiamo imparato che le corde non sono affatto un accessorio bensì il centro intorno a cui tutto ruota.

M: Ma come, secondo la consuetudine prima vi è lo strumento e poi si cerca la corda giusta!

C: No, prima si è scoperto il petrolio con le sue proprietà infiammabili e in base a questo fatto qualcuno ha poi pensato di metterci intorno viti e bulloni inventando il motore adatto a sfruttare tale proprietà. Così è stato tra la corda e lo strumento musicale.

Vedete, gli strumenti musicali a pizzico e ad arco delle varie epoche non erano altro che lo specchio esatto in cui si rifletteva la tecnologia cordaia  di ciascun periodo storico attraversato. I liutai in altre parole non potevano sfuggire ai limiti meccanici ed acustici imposti dall’unico materiale a loro disposizione, l’unico cioè in grado di imitare la voce umana.

 

 

Una questione di limiti…

E così, analogamente ad un liquido che versato in un recipiente ne va ad occupare tutta la superficie libera altrettanto era uno strumento musicale: esso veniva dimensionato con il preciso fine di sfruttare totalmente sia nel suo limite superiore (rappresentato dalla frequenza di intonazione del cantino) che inferiore (ovverossia la frequenza più grave raggiungibile suonando a vuoto la corda) le qualità meccaniche ed acustiche offerte  delle corde del proprio tempo. Questo spiega la regola rinascimentale -ed in parte anche seicentesca- di accordare uno strumento  -sia esso a pizzico come il liuto o ad arco-  al più acuto consentito.

Più in alto di così non si poteva dunque andare (abbiamo cioè raggiunto il limite superiore!) mentre l’ultimo basso, con il suo diametro, rappresentava l’estrema propagine  giù nel grave (o se preferite chiamatelo pure… limite inferiore) che le orecchie di allora potevano ancora considerabile accettabile.

M: Si, ma non sempre gli strumenti musicali si potevano accordare empiricamente al più acuto consentito! Come avrebbero fatto altrimenti a suonare assieme ad altri??

C: Giusta osservazione! I liutai infatti agivano in verità alla rovescia: dovendo progettare uno strumento la cui nota della prima corda (funzione del corista del luogo)  sia stata fissata preventivamente dalla committenza essi allora non facevano altro che determinare quella precisa lunghezza vibrante che permettesse, a regime di intonazione, di far lavorare il cantino automaticamente al suo estremo limite superiore. Ecco dunque spiegato perché un violino possiede una lunghezza vibrante proprio di 33 cm, o il liuto mezzano (in sol, cioè) di 62 cm!

M: Furba la cosa, non abbiamo tuttavia ben compresa questa assurda necessità di dover a tutti i costi rasentare, con i cantini, l’orlo del burrone: non è questo, in definitiva, un inutile atto di masochismo verso queste povere corde?

 

 

La canoa e l’indiano…

C:  A prima vista certamente sì; vi chiedo tuttavia soltanto un attimo di pazienza, visto che più in là ne dovremo comunque estesamente parlare.

 Per il momento il fatto principale consiste nel riconoscere che una corda custodisce in sé il mistero della vibrazione ma non riesce, per sua intrinseca natura, a trasmetterla direttamente all’aria e di lì all’orecchio.

 

Immaginate ora per un momento di essere degli indiani in canoa, se aveste un sottile bastone per remare non fareste altro che tagliar l’acqua, giusto?

M: Si… ma con l’aiuto di un vero remo…

C: Serve infatti una pala che con la sua larga superficie adatti il bastone all’acqua.

M: Un adattamento di impedenza, direbbero i radioamatori. Ed ecco dunque creato il remo.

C: Esatto!

Per la corda tutto è eguale: vibrando essa taglia l’aria.

Serve una superficie allargata come la pala (la tavola armonica) che adatti la corda all’aria. Che adatti la sua impedenza insomma.

Ma mentre nel caso del remo non  viene richiesto nulla al bastone nel caso della tavola il ‘servizio’ reso alla corda comporta il pagamento di una sorta di  pedaggio: la tavola pretende dalla corda che vengano utilizzati  i suoi propri ‘cromosomi’. La sua specifica caratteristica timbrica, insomma.

Ecco allora la gran varietà di colori che scaturiscono da una stessa corda montata però su strumenti diversi!

M: Caspita, è vero, questo si che è interessante!

 

 

 

 

Il Brutto anatroccolo diventa cigno…

M : Ma...qual’è ora il proseguo?

C: Beh, come si diceva ci si è resi rapidamente conto alcune decine di anni orsono che nell’ambito della ricostruzione del suono di un tempo  la corda non poteva certo dirsi accessorio bensì pietra angolare del tempio.

Si pensa tutti al brutto anatroccolo invece si ha  a che fare con il cigno…

M: In pratica secondo la sua interpretazione i nostri strumenti, da un certo punto di vista, non sono altro che recipienti, atti a contenere ed elaborare al meglio ciò che la corda produce e riempie!

C: Esatto! Non è forse vero che senza la corda il suono prodotto dai nostri preziosi Amati, Gagliano e quant’altro si ridurrebbe al solo rumore di percussione?

Ma adesso ci ritroviamo a lavorare al contrario: abbiamo perso le corde per cui allora furono dimensionati, ottimizzati: ecco, in pratica si ha bisogno semplicemente di ricreare per loro l’ambiente e le condizioni del tempo in cui vissero e per ottenere tutto ciò è assolutamente necessario partire innanzitutto cercando di capire  -nei suoi più reconditi segreti- il metodo antico di fare corde!

M: Riprendendo il filo del discorso… non vi è ancor’oggi il problema di conservare la segretezza delle tecniche adatte a fare le corde?

 

L’inganno filologico…

C: Per certi aspetti si, naturalmente. Ma solo la trasparenza di alcune delle nostre procedure assieme alla verità che emerge con forza dai numerosi documenti storici di recente ritrovati permetterà forse di sconfiggere (o almeno contrastare  efficacemente) questa sorta di finzione a cui tutti assistiamo quasi impotenti: l’inganno filologico.

M: Inganno filologico? Non riusciamo a capire di che inganno si stia ora parlando….

C: Si, mi rendo conto che la parola è un po’ forte, e che per taluni è probabilmente anche offensiva. Per farmi comprendere meglio vi farò inizialmente  una domanda: se qualcuno vi  vendesse una bella radio a valvole degli anni ’50 (sapete quelle in radica con scritto nel vetro frontale ‘Onde Medie, Onde Corte, Onde Cortissime, Monte Ceneri, Montecarlo…) dotate di ‘occhio magico’ e poi ci scoprireste dentro non più quelle belle valvole termoioniche bensì dei freddi transistor non vi sentireste forse ingannati?

M: Naturalmente!

C: Bene, oggi stiamo assistendo a qualcosa del genere, e tale inganno viene perpetrato ad insaputa degli stessi esecutori…ad insaputa dei musicologi e forse, dico forse, anche degli organologi che in materia di corde dovrebbero sapere probabilmente qualcosa di più degli altri. Siamo in pochissimi infatti che si dilettano in questo campo di ricerca, che tanta parte prende nella bellezza di un’esecuzione. E di questi pochi alcuni sono soltanto studiosi e non pratici (cordai cioè), altri solo pratici e non studiosi. Pochissimi oimè riescono a svolgere con profitto entrambe le cose.

E così, si diceva, ci raccontiamo e crediamo davvero che stiamo su di una carrozza trainata da veri cavalli.

La carrozza in realtà è spesso un’automobile camuffata da carrozza, perché nasconde nel suo interno un vero e proprio motore a benzina, altro che cavalli! E tutto questo perché avendo noi tutti imparato a guidare sull’automobile ne ricerchiamo forse inconsciamente le stesse caratteristiche anche sulla carrozza: guardiamo ancora alla velocità mentre non siamo in grado di apprezzarne il dondolio, la polvere, i paesaggi…l’autenticità dell’andare con questo mezzo, insomma.

M:  Non riusciamo a credere, non capiamo…ecco…servono esempi, ulteriori esempi!

C: Ma certo…ecco allora per voi un piccolo esempio pratico: non è forse vero che molti esecutori, seppur sotto l’etichetta ufficiale di…esecuzione con strumenti filologici, utilizzano nei bassi  perlopiù delle modernissime corde rivestite con filo metallico piatto e liscio, forse addirittura realizzate in perlon, wolframio, polivinildilenfloruro…? Non è forse vero che talvolta, o spesso, ci si limita addirittura a montare il solo cantino di budello lasciando le rimanenti moderne corde di metallo? E ancora...non è purtroppo realtà che alcuni facciano tutto ciò anche su strumenti disposti alla moderna (catena lunga e spessa, modello di  ponte non storico, manico piuttosto retroflesso, cordiera moderna, uso della mentoniera etc), di cui sappiamo bene la differenza con quelli antichi?  Per non parlare poi dell’uso episodico dell’arco moderno…

Vedete, non è mettendoci soltanto un cilindro in testa che possiamo affermare che siamo perciò interamente vestiti come nel XIX secolo!

Ritorneremo più in là su questo tema e lo approfondiremo meglio.

Per il momento andiamo pure avanti: suggerisco ora di analizzare i criteri con cui mi domanderete dei diametri di corda.

M: Beh, le corde e i calibri che chiediamo sono quelli che vanno bene per i nostri strumenti, quelli insomma che ci hanno suggerito colleghi o maestri durante le masterclass…durante gli incontri…i concerti…

C: Suggerito da colleghi, maestri: questo va bene ma…e i documenti storici, i trattati? Immagino che ve li abbiano descritti nei dettagli durante questi corsi. Vi hanno dedicato probabilmente del tempo solo per la  questione delle montature, della scelta delle corde, del distinguere tra la corda buona e quella cattiva

M: No, non a questo livello, caspita! Ma a quali documenti ci stiamo riferendo? Quasi tutti qui abbiamo letto infatti  il Boyden ("The History of Violin Playing  from  its origins to 1761 and its relationship to the violin and violin music", Oxford University Press, Oxford 1965), abbiamo visto alcuni altri libri più recenti (Eduard Melkus "Il Violino: introduzione alla storia del violino e della tecnica violinistica", Giunti, Firenze, 1975 e anche Robin  Stowell "Violin technique and performance practice in the late eighteen and ninetheen centuries", Cambridge University Press, New York 1985, p.28) che insistono nell’affermare che gli strumenti del barocco disponettero di montature leggere, lo troviamo anche su internet, lo scrive e lo suggerisce persino una casa tedesca leader nella costruzione delle corde! Così ci hanno consigliato e così ancora ci consigliano…

C: Bene, non vi nascondo che l’impresa del documentarsi  adeguatamente è certamente ardua; anche perché sinora non ci sono mai stati lavori disponibili a stampa o altro metodo che hanno spiegato come calare nella pratica  di ogni giorno le informazioni storiche.

Intanto andiamo a precisare che nel passato si usavano montature tutt’altro che leggere.

I calibri furono in generale assai più grossi di quelli che si usano ora, e questo non soltanto in Italia ma anche nel resto d’Europa. Pensate, è opinione diffusa che le montature moderne siano molto più tese di quelle antiche ma invece è assolutamente vero il contrario!

M: Ma come! L’idea delle corde sottili ha guidato generazioni di esecutori; è una conclusione che sappiamo derivare ad esempio dalla constatazione che  la catena del lato bassi fu al tempo perlopiù esile e corta; adatta quindi a sopportare meno pressione di corda su di essa e anche dal fatto che l’angolo formato al ponte dalle corde fu meno acuto di quello che si riscontra oggi nei nostri attuali strumenti ad arco…

C: Si, per diversi anni la pensavo anch’io così: come tutti credevo fermamente  che  le montature di un tempo utilizzassero calibri sottili e, come altri cordai, proponevo calibri commerciali in assoluta sintonia con tale visione. Non potete immaginare la fatica che ho fatto, nel corso del tempo, ad accettare la verità che traspariva dalla documentazione storica e a regolarmi di conseguenza. Incredibile, seppur messo di fronte all’evidenza non riuscivo ancora a cambiare idea!

La questione della catena, dell’angolo delle corde al ponticello etc. aveva infatti condotto i ricercatori che trattarono per primi la questione delle montature storiche verso quel tipo di interpretazione…diciamo che fino ai pionieristici studi compiuti da Patrizio Barbieri e Ephraim Segerman intorno al 1985-88 questa era la certezza di tutti (Giordano Riccati on the Diameters  of  Strings and Pipes", The Galpin  Society  Journal XXXVIII  1985, pp.20-34) ed  Ephraim Segerman: "Strings  thorough the ages", The Strad, part 1, January 1988, pp.20-34,  pp. 52-5, part 2 "Highly strung", March 1988, pp.195-201, part 3 "Deep tensions", April 1988, pp.295-9).  Sì, tale conclusione poteva essere forse stata  influenzata anche dalla consolidata abitudine di sentire sotto le dita e sotto l’arco le sottilissime corde di metallo moderne.

 

I calibri storici…

M:  Ma allora, se tale premessa è vera (e non vediamo onestamente alcun motivo per dubitarlo…) cominciamo a credere che stiamo percorrendo un sentiero sbagliato. Possibile?

C: Beh, la faccenda  è seria ma non irrimediabile: di per sé è già un passo in avanti piuttosto consistente il solo fatto di usare del budello (c’è chi non lo fa!), gli archi d’epoca e il ponte barocco o classico così come studiare ed utilizzare nel limite delle conoscenze tramandate la prassi esecutiva; meglio ancora se qualcuno di voi dispone di uno strumento allo stato originale od una copia di un buon modello storico. Tuttavia oggi si richiede un miglioramento dello standard qualitativo quando ci si riferisce alle cosiddette esecuzioni filologiche. E questo in virtù del materiale storico ritrovato in questi anni recenti, che è sì notevole,  ma perlopiù  ancora scarsamente reperibile. Si richiede pressantemente una maggior circolazione delle idee, dei nuovi documenti e, soprattutto, di come applicare il tutto nel concreto.

Credo sia anche giunta l’ora che i musicisti riprendano in mano la capacità, come una volta, di poter scegliere da sé i calibri e saper distinguere le diverse tipologie di corda non solo qualitativamente ma anche in relazione ai repertori da eseguire.

In altre parole è possibile che ciascheduno ridiventi il sarto personale del proprio strumento e sia pertanto in grado di fargli la montatura su misura. Pensate, questa storia di privare il musicista della possibilità di scegliersi i calibri risale almeno a cent’anni fa: già nel 1900 Arthur Broadley su ‘The Strad’ lamentava: "At the present time the matter of string thickness seems to rest entirely with the makers, the player has practically to take what is given to him" (Oggigiorno il problema del calibro delle corde sembra totalmente affidato ai costruttori, il musicista praticamente può solo prendere ciò che gli viene dato).

Discutiamo ora insieme dei calibri storici, quelli insomma che allora usavano davvero e che sono con dovizia descritti nei documenti. Ad esempio, che diametri utilizzate mediamente nel violino?

M: Mah, 60 come ‘mi’, 79 come ‘la’ e…due rivestite in  filo piatto per il ‘re’ e ‘Sol’.

C: E per le viole, il violoncello e il contrabbasso?

M: Allora…vediamo…76 di ‘la’, 97 di ‘re’ e due ricoperte con filo piatto per il ‘Sol’ e i ‘Do’. Il Cello impiega un 112 per il ‘la’ e 145 per il ‘re’. Ancora due ricoperte levigate per i bassi di una nota marca. Il contrabbasso si avvale di  due corde di budello rispettivamente di 2,10 e 2,80 mm ; i bassi ovviamente sono ricoperti.

C: Bene, come si presentano queste corde di budello prima di montarle?

M: Secondo noi sono buone: si presentano infatti belle dure, rigide e ottimamente levigate. Purtroppo, seppur raramente,  alcuni cantini per violino si sono talvolta rotti di netto e proprio durante il concerto; così,  senza preavviso. Eppoi…eppoi non è del tutto vero che tutti noi non si sapeva dei calibri storici; qualche idea in realtà circola.

Vede…il fatto è che le prove che qualcuno di noi ha fatto con queste corde più grosse sono state un autentico fiasco: le corde fischiavano e il suono era pessimo, vetroso…difficile metterle in vibrazione. Inoltre taluni strumenti, con queste corde grosse si infiacchivano di suono, in una parola…non le reggevano!

C: Certo e non stento a crederci; vedete, se le corde non sono fatte secondo certi criteri …quelli di allora… ne veniamo in qualche modo respinti. In altre parole non ci è permesso l’accesso ai calibri storici.  Parimenti per gli strumenti oggi costruiti: che siano copie  di originali o no essi dovrebbero essere predisposti ed ottimizzati  dal liutaio a misura dei calibri storici, non di quei sottili capelli…

M: Ecco…a quanto prima detto aggiungiamo che qualcuno di noi usa pure il montone, che si distingue da altri tipi di budello per il suo colore giallo scuro

 

Del colore del budello…

C: Fermiamoci un attimo: andiamo subito a chiarire un aspetto che comunque appare secondario ai fini del suono: il colore con cui si presentano le corde di budello attualmente disponibili sul mercato.

Qualunque budello, una volta essiccato, si presenta  indistintamente marrone e questo accade se non si è impiegato un trattamento di sbianchimento. E così non è vero che il montone si riconosce per il tipico colore giallo-marrone mentre  il manzo o l’agnello per il giallo chiaro; molto più semplicemente quelle specifiche corde di  montone che utilizzate non hanno subito alcun trattamento di sbianca. Può infatti accadere il fenomeno inverso: l’ottenimento di un budello di manzo o agnello marroni e…montone giallo paglierino.

Sapete, oggigiorno noi cordai usiamo l’acqua ossigenata per sbiancare a volontà qualunque budello il quale, se non trattato, una volta essiccato si presenterebbe color mogano. Come vi ho prima descritto, una volta invece (visto che l’acqua ossigenata non era ancora stata scoperta)  dovevano sottoporre ai fumi di anidride solforosa le corde umide ottenendo un certo imbianchimento del materiale. La stessa cosa facevano a Pompei gli antichi romani con i loro panni…

Eppoi vi sono cordai che esagerano facendo le corde simili al nylon, così vitree e trasparenti…pensate a tal proposito a quelle per arpa moderna!

Altri le lasciano giallo paglierine, altri ancora le trattano solo leggermente cosicché esse si presentano come il miele, giallo ambrate.

E sì, oggigiorno con questi comodi agenti sbiancanti otteniamo dal budello ciò che vogliamo. L’importante è non esagerare con il trattamento poiché ho il sospetto che le corde troppo sbiancate siano anche un po’ indebolite.

Altre volte capita che la partita di budello che acquistiamo sia di per sé poco pigmentata  (a causa della bile, della razza etc) e così invece di assumere il solito colore giallo paglierino diventano quasi bianche; altre volte accade invece l’inverso e così a parità di procedura sbiancante ci ritroviamo corde un po’ più scurette…

In conclusione, ricordatevi sempre che la faccenda del colore oggigiorno non definisce affatto il tipo di budello né se la corda è vecchia o altro.

Anticamente invece le cose andavano differentemente: bisognava stare attenti, poiché un colore troppo fosco poteva indicare l’irrancidimento dell’olio spalmato sulla corda o una effettiva cattiva qualità di budello mentre un colore troppo chiaro poteva indicare che le corde erano state ottenute da budelli di animali troppo giovani o che si era esagerato con la pomiciatura durante la fase di levigatura finale.

 

Manzo, montone ed agnello…

M: Sì, abbiamo capito la spiegazione e ne rimaniamo sconcertati: eravamo davvero convinti che il colore di una corda di budello avesse la sua importanza.

In ogni caso è il montone che fu utilizzato un tempo, non il manzo. Almeno qualcosa di storico noi lo rispettiamo!

C: Certo, suggerirei tuttavia di indagare più in profondità la questione.

Tutte le fonti storiche sinora reperite sono concordi nel riferire che il materiale utilizzato in Italia fu soprattutto il budello di agnello o di castrato di non più di un anno di età, non certo di montone. Non in Italia, almeno.

In Francia invece, fino circa la metà del XIX si utilizzava appunto il budello di montone (vedere Antoine-Germain Labarraque: L'art du boyaudier, Imprimerie de Madame Huzard, Paris 1812, pp. 31-2) per poi passare, come noi in Italia, all’agnello. E questo perché si erano ad un certo punto accorti che il montone non permetteva di ottenere la qualità delle corde da cantino italiane: nel tardo Settecento il governo francese mise a disposizione addirittura un premio in denaro ed una medaglia d’oro per colui che avesse risolto il problema!

M: Incredibile! E chi lo vinse?

C: I Savaresse, cordai di origine…napoletana! ..che misero in campo l’agnello in luogo del montone!

M: Ma quali problemi crea il budello di montone?

C: Il budello di montone è troppo grosso rispetto a quello di agnello: a parità di diametro finale mentre da noi un cantino necessitava di 3-4 budelli interi accoppiati, con il montone ne necessitavano soltanto di due, e questo rendeva una corda più irregolare nel diametro a grezzo e  anche meno resistente allo sfilacciamento, una volta rettificata.

Voglio dirvi che  parità di diametro di corda quella fatta con un numero maggiore di budellini più sottili risulterà più regolare ed omogenea di una fatta con meno budelli di maggior grossezza. Non per niente il furbo Paganini si faceva costruire dai napoletani speciali cantini composti da quattro budellini più sottili della norma –invece dei canonici tre; essendo essi più sottili ma di numero maggiore il diametro finale che si otteneva stava pertanto sempre entro i limiti tradizionali (vedere Edward Neill: Nicolò Paganini: Registro di lettere, 1829, Graphos, Geneva 1991, p. 80, lettera da Breslau, 31 Luglio 1829, indirizzata a "signre profre (di violino) Onorio de Vito, Napoli": "Ho bisogno di un favore: ponetevi tutta la cura, e la diligenza. Mi mancano i cantini [...]. Quantunque tanto sottili devono essere di 4 fila per resistere. Badate che la corda sia liscia, uguale, e ben tirata [...]. Vi supplico di sorvegliare i fabricanti e di far presto, e bene.)

Il manzo non veniva utilizzato in maniera massiccia;  nelle fonti francesi del tardo settecento tuttavia si cita anche a tale materiale anche se per usi diversi. Un motivo basilare è probabilmente costituito dal fatto che al tempo le greggi erano dappertutto in Europa ed utilizzate maggiormente per la carne rispetto ai bovini.

M: Andando però alla sostanza: noi crediamo che vi sia davvero una certa differenza di sonorità tra agnello, manzo o montone e, secondariamente, una maggiore resistenza all’abrasione superficiale del budello ovino rispetto a quello di manzo. Vi è in aggiunta da considerare la questione del tipo di alimentazione delle greggi; Marin Mersenne (Harnomie universelle [...], Livre quatriesme, Cramoisy, Paris 1636) scrisse infatti che questo è di una certa importanza al fine di ottenere corde di qualità!

C: No, le prove condotte hanno dimostrato che la resa acustica globale di una corda di budello non dipende, se non in maniera assolutamente indistinguibile, dal materiale di partenza  o dal tipo di alimentazione.

Questa, analogamente ad un ponte, si regge infatti su due pilastri fondamentali: il peso specifico del materiale di partenza ed il modulo elastico della corda poi realizzata.

Il budello, anche se di diverso animale e/o con alimentazione diversificata  non varia di peso specifico, vale a dire che è (e rimane) di 1,3 grammi/cm3 circa.

Il peso specifico, come dicevo, sta al primo posto nella scala degli elementi che risultano determinanti per la riuscita del suono: più esso è elevato e più il suono diventa brillante e pronto.

 I metalli ad esempio hanno quel suono brillante proprio perché possiedono un elevato peso specifico. Ma badate: tra tutti i materiali solo il budello riesce a creare l’imitazione della voce umana, cosa tanto preziosa a quei tempi (ricordiamoci di quello che scrisse Geminiani nella sua introduzione al metodo!).

Suggerirei di ricordarcelo ogni volta che capiterà di suonare con corde di metallo! 

Il modulo elastico invece (overossia il fatto che una corda risulti più o meno rigida) - che il secondo decisivo fattore che va a determinare la qualità acustica di una corda- dipende principalmente da come il budello è stato chimicamente trattato e da quanto è stato poi  ritorto al fine di ottenere  la corda. In altre parole questo parametro dipende unicamente dal cordaio.

Modulo elastico e peso specifico sono dunque i fattori che incidono quasi totalmente sulle caratteristiche acustiche della corda e lo si può dimostrare. Tanto per fare un esempio sono state oggi realizzate corde che sebbene siano costituite da materiale plastico omogeneo, presentano praticamente lo stesso suono del budello, e questo in virtù del fatto di possedere  modulo elastico e peso specifico analogo al materiale naturale. Si parla di plastica, mi capite?

La questione dell’alimentazione, lo voglio risottolineare, è una leggenda ricorrente chiamata in causa ogni volta che qualcuno non riesce a saperne di più da parte dei cordai: la biologia, fino a prova contraria,  non ha ancora dimostrato che se uno passasse la sua vita a mangiare hamburgers allora il suo intestino si modificherebbe al punto tale da avere una diversa, tangibile, consistenza. La carne, come tale -e quindi anche gli intestini- possiede sempre lo stesso peso specifico, qualunque cosa le passi attraverso. Fissiamo dunque questo concetto: poiché il peso specifico e il modulo elastico non subiscono alcuna modifica di conseguenza anche il suono non subirà alcuna variazione di sorta.

Fino alla metà del Seicento si ha inoltre notizia che venivano usati indifferentemente, nelle diverse regioni d’Italia  budelli di capra, agnello, castrato, montone, pecora, lupo e… manzo; leggetevi a tal riguardo Attanasio Kirker  (Musurgia Universalis, Roma 1650). Tutti questi materiali, sebbene apparentemente così diversi,  producevano comunque rinomate corde musicali; esportate in gran copia anche all’estero.

In realtà sono proprio la serie di trattamenti chimici e le torsioni che applichiamo noi cordai alla materia prima che incidono in modo così profondo e radicale da cancellare quell’eventuale minima differenza che taluni sogliono decantare al budello pecorino rispetto a quello bovino o a quello del tanto osannato montone: in ultima analisi sembra più una questione di lana caprina che di sostanza.

In verità il cordaio può fare quasi di tutto: corde rigide od elastiche, durature o fragili. Colorate o non…bastasse davvero un po’ d’erba della steppa invece di quella della pianura nell’alimentazione pecorina a permettere di ottenere, come per magia, buone corde!

M: Resta però la questione della resistenza all’abrasione superficiale: taluni ritengono che il budello di agnello sia migliore perché più duraturo allo sfregamento dell’arco…

C: Questo, in base alle prove fatte, non risulta affatto vero. Ben altri parametri entrano pesantemente in gioco come ad esempio il modo in cui la corda è stata rettificata, quanto si suona e si suda, quanto e come le dita della mano sinistra premono sulle corde,  etc.

M: E la salvaguardia del rispetto filologico?

C: Beh, come discuteremo più in là tendo a dividere la filologia di facciata da quella di sostanza. Vale a dire che è perfettamente inutile ricercare forsennatamente l’agnello invece del manzo (che a conti fatti di per sé non incide minimamente nel suono) come taluni fanno se poi essi stessi montano corde rigide, diametri antistorici e bassi rivestiti di stampo moderno. Non parliamo poi dei profili di tensione tra le quattro corde…non trovate?? 

M: Beh, si!

C: Oltremodo coloro che vantano l’uso del budello di agnello si sono dimenticati di rimarcare il fatto che di agnello probabilmente non si tratta, bensì probabilmente di pecora...

M:  Scusi, ma come è possibile sostenere questa affermazione?

C: Semplice, vi ricordate il fatto che con tre budelli interi di agnello gli antichi ottenevano un diametro medio di 0,70 mm? Bene, eseguendo la stessa operazione con tre budelli interi del  nostro presunto agnello non si ottiene affatto un diametro simile bensì  1,1-1,20 mm circa, capite?

M: …e allora non ci resta che concludere che questo è un budello più grosso; non può essere dunque di agnello!

C: Esatto! Altro che agnello. E lo stesso dicasi per quello di montone, utilizzato principalmente per insaccati e perciò proveniente anch’esso da bestie di una certa età.

Paradossalmente quello che si avvicina maggiormente alle condizioni del vero agnello di un tempo è quello di manzo, il quale viene tagliato in fettucce la cui larghezza fu a suo tempo studiata proprio al fine di riprodurre quelle del vero agnello di un tempo.

Mettiamola dunque così: nella scala dei valori che portano al suono storico diamo dieci alla qualità della corda (elasticità, diametri storici etc) e un valore prossimo allo zero per tutte quelle cose che non incidono sul suono ma fanno immagine: come ad esempio il colore della corda e se volete anche…la carrozza a cavalli con cui, o zelanti filologi, vi recate a suonare…

 

 

Del budello intero o tagliato…

C: Domanda! …talvolta mi sento chiedere se le corde di oggi sono costituite da budelli interi oppure tagliati in fettucce: voi che ne pensate?

M: Beh, abbiamo orecchiato in giro qualcosa del genere; in pratica che i budelli, un tempo, erano lasciati interi mentre oggi no!

C: Non è esatto: questa pratica non deve essere considerata antistorica o peggio tecnicamente inferiore.

M: A noi veramente hanno detto così…

C: Ah! E allora spieghiamo meglio questo punto: negli statuti dei cordai portoghesi del tardo Cinquecento e anche negli Statuti dei cordai di Roma del 1587, 1599 e 1642 (che sino alla fine del XVIII secolo furono la corporazione cordaia più importante d’Europa) si proibiva sì il taglio longitudinale del budello  per la realizzazione delle corde musicali, tuttavia questo divieto sta proprio ad indicare che c’era chi applicava questa tecnica.

Del Seicento conosciamo in verità poco ma del secolo seguente sappiamo che l’operazione di tagliare il budello fresco nel mezzo al fine di ottenere due strisce era, in Europa,  una pratica comune e coesistente con quella dell’utilizzo del budello intero (vedere Klaus Osse: "Highly strung in Markneukirchen", The Strad, October 1993, pp. 964-7). Ecco dunque una prima conclusione: l’impiego delle strisce di budella è dunque anch’essa una pratica molto antica, non soltanto moderna.

M: Ma dunque quanto incide nella qualità della corda l’impiego di un sistema piuttosto che un altro?

C: In base alle prove fatte sinora sembra che la differenza sia nulla, forse quelle in budello cosiddetto intero resistono potenzialmente di più  allo sfilacciamento superficiale ma questo fattore è influenzato da un numero talmente elevato di variabili (prima elencato) che risulta difficile un confronto.

In ogni caso il cosiddetto budello intero in realtà è un budello che è stato aperto longitudinalmente da un solo lato ottenendo così un’unica grande fettuccia!

Altrimenti, mi spiegate come gli antichi potevano asportare per mezzo della raschiatura il grasso e le membrane inutili che si trovavano al suo interno? Il budello di cui si parla mica è una tubazione entro cui ci può passare una mano bensì un delicato tubicino appiattito di qualche millimetro di larghezza soltanto. Eppoi vi è la faccenda dell’aria presente nel suo interno: vi siete mai chiesti come essa possa liberamente fuoriuscire in fase di torcitura??

M: E già!

C: Continuiamo: uno dei difetti comuni alle corde fatte a partire dal cosiddetto budello intero era costituito dal fatto che esse si presentavano con un certo grado di conicità: ce lo conferma Leopold Mozart nel suo Trattato (Versuch eine gründlichen Violinscule [...], Verlag des Verfasser, Augsburg, 1756) ma anche gli antichi liutisti del Cinquecento nei loro trattati (vedi ad esempio Capirola, 1517 ca.).  L’intestino tenue infatti, per una questione di fisiologia, non è affatto un cilindro di calibro costate.

Le corde fatte a partire da fettucce ottenute tagliando la budella in due si presentano invece molto più regolari lungo la sezione.

 

Dei trattamenti chimici…

C: Per quanto riguarda la resa acustica non si è notata realmente,dicevo, alcuna differenza; anche qui pesano in maniera estremamente più incisiva il tipo di trattamenti chimici disposti dal cordaio, la quantità di torsione impartita al materiale e poi il modo con cui si rettifica la corda.

Scusate ma…non ditemi che disprezzate una maggior regolarità della corda solo per il fatto che è stata fatta con lo…storicissimo sistema del budello tagliato in strisce!

M: Niente affatto! Ora che le cose sono state spiegate…ma invece come si colloca la questione del manzo? In altre parole…come si presentano le fettucce di budello di questo animale?

C: Allora, come prima vi ho accennato le strisce di budello di manzo che oggi si possono utilizzare si ottengono tagliando il budello in strisce larghe quanto basta per riprendere grossomodo le dimensioni fisiche medie di quelle che si ottengono dal budello (intero) di vero agnello; ecco che allora le varie corde fatte con questo particolare e più regolare materiale risulteranno composte sempre dallo stesso numero di strisce. Per la verità vi è anche un taglio più sottile, equivalente più o meno alla fettuccia destra del budello di agnello.

M: Destra??

C: E si, osservate le salsicce (dove si utilizza appunto il budello di montone): non sono forse un po’ ricurve? Ebbene quando si taglia in due la budella il lato ‘destro’ risulta più regolare stretto e delicato mentre quello ‘sinistro’ appare più frastagliato e grossolano (questo il lato che si attacca alle pareti interne della cavità  intestinale) e per questo si impiega per i cordoni più grossi come ad esempio quelli per contrabbasso. Con il manzo questo problema non esiste.

Sottoposte alla tradizionale serie di bagni alcalini il budello fresco di manzo ed agnello sono alla fine straordinariamente simili al tatto, il secondo per la verità appare come una membrana leggermente più sottile. Paradossalmente le fettucce di agnello e manzo allo stato fresco sembrano molto più simili tra loro che il montone e l’agnello!

M: Quindi sembra di capire che non è vero che il manzo…

C: Che sia di qualità inferiore? Nient’affatto, anzi: le lunghe ed estenuanti prove comparative hanno semmai dimostrato una maggiore regolarità nella superficie della corda grezza (che si traduce in una più omogenea levigatura) ed un carico di rottura lievemente superiore rispetto all’agnello, cosa non proprio disdicevole.

C: e per quanto riguarda la sonorità?

M: Ecco, le prove di tipo acustico eseguite con valenti musicisti applicando il metodo detto a doppio cieco, - lo stesso usato per testare l’efficacia dei farmaci - ha dimostrato l’assoluta qualità sia del materiale ovino che del bovino.

Intendo qui affermare che questi signori non sono stati mai in grado di poter realmente distinguere il suono delle corde realizzate con budello ovino da quelle fatte con minugia bovina.

In alcuni casi – lo confesso- mi sono dovuto persino spingere ad imbrogliare le carte, ma questo soltanto e sempre per amor di verità:

Dicevo infatti ai musicisti che testavano le corde d’esser materiale ovino quando invece era bovino o anche viceversa.

 E loro, sottolineavano sempre che il suono prodotto dalle corde… ‘ovine’ era comunque nettamente superiore alle altre.

Alla fine delle prove svelavo necessariamente loro l’imbroglio; essi tuttavia non volevano ancora credere che questa fosse la verità.

 Non li ho mai potuti biasimare: i miti  –e l’agnello ne è a questo punto certamente uno-  sono a volte necessari.

 

Nella scala dei valori dunque la scelta di manzo od agnello (oppure il montone) sembra più legata a fattori di filologia di facciata piuttosto che di sostanza. Questo naturalmente è la mia personale opinione. Non vi nascondo che nonostante la situazione generale esiste una piccolissima minoranza di esecutori,  diciamo (senza offesa) più integralisti (ma è meglio dire più autentici), che avendo studiato meglio l’argomento ‘corde’ non solo prediligono montature storiche ma anche trattamenti superficiali storici  (cioè levigatura a mano con conseguente potenziale rischio di falsità della corda) e budello esclusivamente ovino.

Naturalmente non resta che accontentare le loro richieste perché fondate su dei rispettabili criteri. Questo a patto però di poter trovare del vero agnello, altrimenti…

 

Calibri storici: ovvero del negato accesso…

M: Ci stava in precedenza accennando del perché siamo respinti dai calibri storici…non riusciamo a capirlo!

C: Prima di affrontare il cruciale aspetto dei calibri ho una domanda da farvi: il procedimento moderno di fare le corde, secondo voi, è come l’antico??

M:  Mah, a questo punto sembra proprio di no; chissà quali intrugli e trattamenti vengono fatti oggi in più rispetto al procedimento antico!

C: E invece nella maggioranza delle fasi le differenze sono minime; pensate che sono essenzialmente riconducibili all’impiego di potassa chimicamente pura per i bagni di sgrassatura prima descritti (invece di utilizzarla impura proveniente dalle ceneri di piante), all’acqua ossigenata per la sbianca finale al posto dei fumi di zolfo e per il fatto che le corde non vengono più levigate a mano ma rettificate a precise misure commerciali per mezzo di un’apposita macchina. 

Bisogna qui aggiungere che i cordai di oggi ben raramente partono a lavorare le budella veramente dall’inizio ma si giovano di budelli o strisce già ripulite dalle feci e anche dal grasso. Altrimenti ci vorrebbe almeno un mese per ottenere le corde!

Le budella sono generalmente conservate sotto sale, sistemate in grosse mazze composte ciascuna da un centinaio di budelli legati assieme ad un estremo con un nodo. Anche nel Settecento venivano conservate così. Ma in più vi è la questione del sale di allume.

M: Dell’allume??

C: Si, esso è un sale che può essere aggiunto ad un certo punto della lavorazione e serve per indurire il budello a causa del suo effetto astringente (vedere Philippe Savaresse: "Cordes pour tous les instruments de musique", in Charles-P.-L. Laboulaye: Dictionnaire des arts et manufactures, 3rd edition, vol. I, Lacroix, Paris 1865). Questo trattamento aggiuntivo risulta tuttavia essenziale soltanto per le corde che sono in assoluto le più sollecitate e sottili, vale a dire i cantini del liuto, laddove noi tutti ricerchiamo esclusivamente la massima resistenza alla trazione.

 

 

Del perché gli antichi ritorcevano molto i loro budelli…

M: Ma allora  in cosa consiste la differenza tra le corde attuali e quelle di un tempo?

C: Le differenze sono poche ma assolutamente determinanti per la resa acustica!

La prima differenza consiste nel fatto che le nostre corde sono generalmente ritorte troppo poco, e la torsione sta al primo posto nel determinare o no la riuscita acustica di una corda. Gli antichi ritorcevano molto i loro budelli perché conoscevano assai bene l’importanza di tale procedura. Questo lo si deduce con chiarezza dai documenti, dall’iconografia (avete mai fatto caso che le corde dei quadri sono quasi sempre molto ricciute se non avvolte addirittura a mazzetto, come se fossero di morbido spago?) e dagli spezzoni di corda sopravissuti.

Più una corda è stata ritorta più morbida ed elastica diventa, rendendo una miglior prontezza di suono, più armonici, una resa più rotonda e pastosa, meno nasale e… “vetrosa”. Un budello così fatto vi offre inoltre la preziosa possibilità di farvi accedere a degli autentici pianissimi, i quali possono partire realmente dal nulla, emergere cioè delicatissimi e quasi impercettibili  da una sapiente cavata d’arco e seguitare  via via con crescente e progressivo vigore fino a raggiungere i più generosi fortissimi. Tutte cose negate –se ci facciamo caso- sia alle corde di budello poco ritorte ma soprattutto alle moderne montature, le quali si devono  accontentare di star relegate in una elegante ma, tutto sommato, noiosa via di mezzo.

In conclusione: soltanto una corda molto ben ritorta  presenta la peculiare caratteristica della totale modellabilità acustica, quasi fosse morbida creta plasmabile tra le mani del vasaio. E’ questa la caratteristica principe che da sempre si riscontra nelle corde di alta qualità, la sola che permette di mettere in forma di suono la ricca e complessa varietà dei sentimenti umani o, se preferite, i cosiddetti affetti di seicentesca memoria. Corde sì  fatte sono invero le sole in grado di potersi adattare -senza reticenza ed inerzia alcuna- alle articolate esigenze interpretative richieste dall’artista. Pensate per analogia docile versatilità necessaria ai muscoli del  volto di un attore di teatro o di film muto: essi sono perfettamente in grado di modellarsi a richiesta, realizzando perfettamente ciò che viene loro comandato. Ecco, questo è esattamente quello che noi tutti vogliamo dalle nostre corde: esser morbida creta tra le mani del vasaio!

 Gli antichi, sembra inutile precisarlo, ben conoscevano i vantaggi indotti dalle corde ben ritorte; vi cito ad esempio il Labarraque ("Minugiaio", paragrafo "Corde musicali", Nuovo dizionario universale tecnologico di arti e mestieri e della economia industriale e commerciante, tomo VIII, Giuseppe Antonelli, Venezia 1823, pp. 373-6: 375):

 Il segreto de’ più abili fabbricatori di queste corde consiste nell’acquistata attitudine, dietro l’operazione giornaliera, per dare ai budelli lisciva più o meno forte, un torcimento e ritorcimento conveniente, per arrestare la solforazione quando conviene, e finalmente nel far tutte le operazioni a proposito. Tutto ciò risulta dall’esperienza, e non può esprimersi con le parole. In questa fabbricazione non seguesi alcun principio fisso, locché sarebbe a desiderarsi”.

 

M: Interessante! Non sapevamo tutto questo; anzi si pensava che una corda molto ritorta fosse anche più rigida. Ma…se le corde devono essere fatte tutte nella medesima (seppur ottima) maniera, non vi è forse il rischio di un conseguente appiattimento timbrico?

C: Nient’affatto! Ricordate: non è la corda che decide la timbrica bensì il… legno che ci mettiamo  intorno.  Il lavoro del liutaio, insomma.

M: E’ questo dunque il motivo per cui una stessa corda montata però su strumenti diversi produce poi timbriche così differenti?

C: E già! Una corda ben fatta è del tutto analoga ad una tavolozza di un pittore in cui possiamo trovare a disposizione una ricchissima varietà di colorazioni.

Parimenti accade per la buona corda: essa contiene in sé, addormentate,  una grande varietà di potenzialità timbriche così come una buona tavolozza contiene su di sé tutti i colori immaginabili: sta poi a pittore scegliere, tra i tanti, quelli che gli servono per realizzare l’opera sua. Una corda non buona invece è molto simile ad una tavolozza mediocre la quale invece  di possedere tutta quella ricca varietà di  rossi, verdi, viola blu e quant’altro vi possa venire in mente ne possiede soltanto alcuni. Ora dite: in queste condizioni che tela volete che un pittore, per quanto bravo possa essere, riesca a dipingere??

M: Si, è chiaro: per quanto Caravaggio esso sia, disponendo soltanto di un po’ di giallo e di viola non ci si può davvero aspettare molto…ma tornando a noi, fino ad ora credevamo davvero che una corda molto ritorta si presentasse anche più rigida perché in qualche modo più serrata, compattata dalla quantità di torsione insomma!

C: E invece è l’esatto contrario! Ecco quindi un primo passo: richiedere sempre corde molto ritorte  tranne che per i cantini, dove la quantità di torsione deve essere un po’ più ridotta.

M: E come mai? Non si perde in sonorità?

C: In maniera impercettibile; il fatto è che all’aumentare della torsione aumenta anche la quantità di allungamento longitudinale della corda posta in trazione e questo si traduce in non solo in una minor resistenza tensile ma anche ad una maggior propensione allo sfilacciamento delle fibre esterne alla corda, in quanto è richiesto loro un maggior allungamento sì che qualcuna di loro potrebbe alla fine cedere. E così bisogna trovare un indispensabile compromesso: bassa torsione solo per i cantini di liuto, lo strumento che in assoluto sfrutta al massimo il rapporto fra lunghezza vibrante e resistenza utensile della corda, media torsione per i cantini del violino e violoncello ed altissima torsione per le seguenti più grosse, in modo da stanare al massimo tutta l’elasticità potenzialmente ricavabile sì da trasformarla in suono e modellabilità acustica!

M: E per la viola e il contrabbasso?

C: Per la viola, strumento che come noto è stato probabilmente volutamente accorciato rispetto al teorico per essere più maneggevole (e forse anche per avere una necessaria controparte acustica al carattere brillante e da protagonista di violino e violoncello), è importante utilizzare corde in alta torsione; per il contrabbasso e anche violone stessa cosa, visto i grossi diametri di corda in gioco.

In altre parole è perfettamente inutile aver acquistato una potente e costosa automobile se poi andiamo a montarvi le prime gomme che ci passano a tiro, non vi sembra?

M:  Siamo d’accordo ma… perché le corde non vengono d’ufficio sempre ben ritorte dai cordai?

C: Perché molti cordai, anche se ottimi artigiani, non ne capiscono appieno l’importanza: ricordate che sovente essi sono figli della produzione di rigidi fili per sutura  chirurgica o di dure corde da tennis, non di corde da musica.

M: …E così ora possiamo finalmente accedere ai calibri storici!

C: Manco per sogno!

M: Glab!

C: Vi è ancora quell’elemento, abusato eccessivamente dai cordai di oggi, ed è quel sale di allume prima accennato: come si diceva poc’anzi, esso viene impiegato oggi massicciamente per indurire indiscriminatamente qualunque tipo di corda di budello.

M: Ma a che pro??

C: Molti cordai sono convinti che questo faccia bene al suono ma in realtà lo soffoca. La verità consiste nel fatto che una corda rigida si rettifica e leviga con poca fatica e meglio rispetto ad una più morbida ed elastica. Pensate alla differenza di qualità esistente in una superficie lucidata tra il duro ebano ed il soffice abete. In conclusione fare corde in bassa torsione (poco ritorte, cioè) e trattate all’allume riduce notevolmente i tempi di produzione riducendo al minimo la tediosa, lunga e faticosa fase di torcitura manuale. Corde di questo genere infine si  rettificano alla macchina con minimo scarto e grande effetto di superfici estremamente lisce, belle a vedersi.

Le corde trattate con allume poi, non dimenticatelo mai, presentano il brutto vizio di rompersi sovente d’un tratto, magari durante un concerto, e questo senza alcun preavviso, come ad esempio può essere dato dall’inizio di uno spellamento superficiale o altro ancora.

Non ditemi che non vi è mai successo!

M: Si, ne abbiamo purtroppo memoria…ma queste corde più rigide quando cominciarono a comparire?

C. Probabilmente in concomitanza, verso gli inizi del XX secolo, con la caduta verticale della produzione artigianale italiana (causata da massicce emigrazioni indotte da guerre, avvenimenti politici, carestie e disastri ambientali) sostituita dalla massiccia e soprattutto industrializzata (e successivamente meccanizzata) produzione tedesca.