I calibri delle
corde sono stati da noi misurati per mezzo di micrometro stimando
contestualmente anche il grado di torsione impartito ad ogni campione
nella fase di manifattura, parametro assai importante ai fini della
resa acustica di una qualsiasi corda di budello. Sarebbe peraltro assai
interessante poter stimare il numero di budelli utilizzati per
realizzare le varie corde del reperto idratando dei piccoli frammenti
appositamente prelevati così da poter poi contare i "fili" di
cui sono costituiti separandoli tra loro delicatamente; questa
operazione è purtroppo sconsigliata per il fatto che reperti
così vecchi potrebbero con tutta probabilità
disciogliersi completamente nel mezzo acquoso, oltre che essere di per
sé una tecnica distruttiva.
Come evidenziato da
Edward Neill (6) il
Paganini già in alcune sue missive fornì interessanti
dettagli in merito alle corde da lui utilizzate: "Ho bisogno di un
favore: ponetevi tutta la cura, e la diligenza. Mi mancano i cantini.
Io li desidero sottilissimi […]. Quantunque tanto
sottili devono essere di 4 fila per resistere. Badate che la corda sia
liscia, uguale, e ben tirata […]. Vi supplico di
sorvegliare i fabbricanti e di far presto e bene". ( I need a
favour: to be done with care and solicitude. I am without chanterelles
[…]. Even if they are very thin they must be made of four
strands to endure. Make sure the string is smooth, even and well
stretched […]. I beg you to keep an eye on the makers and do
this soon and well).
In una lettera
spedita da Napoli poco prima all'amico e confidente Germi datata 29
Maggio 1829 così si legge: "Il tuo Paganini desidera sapere
[…] quanti mazzi di cantini e quanto di seconde, e a quante fila
si desiderano da Napoli, perché ora si avvicina il mese di
Agosto, epoca giusta per fabbricar le corde" (Your [friend, n.d.r.]
Paganini wants to know […] how many boundles of chanterelles and
how many of second strings and with how strands are wanted from Naples,
because the month of August is approaching: the right time for making
strings) (7).
Ulteriori
informazioni ci provvengono da Carl Flesch (8): "Some thirty years ago[ed in
italiano:'around the 1890 year', n.d.r.] the owner of the firm of
Schott showed the celebrated violinist Hugo Hermann a Paganini's
letter, wherein the latter begged the head of the firm of that time day
to procure strings for him like the samples enclosed. Hermann measured
that samples on a string-gauge, and found to his astonishment that the
D-string had the thickness of the A-string used today, the A-string the
thickness of our E-string, while the latter was not different from a
thick thread".
Nel nostro
precedente lavoro (9)
sostenemmo l'ipotesi che queste corde fossero in realtà corde
per chitarra, visto che il Paganini ne era un discreto cultore. Questa
ipotesi deve essere però rivista alla luce delle recenti
ricerche da noi intraprese sulla chitarra del tempo la quale -in
estrema sintesi- si avvaleva sostanzialmente, per le prime tre corde,
di quelle del violino. La chitarra di allora in altre parole non
utilizzava affatto calibri sottili, come oggi comunemente si ritiene.
Le informazioni
riportate da Flesch sono ad ogni modo incomplete al fine di poter
ottenere una qualche certezza: non è ben chiaro ad esempio se le
note (re, la etc...) abbinate ad ogni campione siano frutto di Hermann
(per cui il grande violinista in realtà si limitò ad
allegare semplicemente i campioni di corda senza specificare le note e
lo strumento per le quali erano necessarie) oppure se ci pensò
lo stesso Paganini. Va ricordato che egli fu anche cultore del
mandolino (10): le
corde ordinate potevano essere anche per questo strumento, senza
considerare poi che la richiesta poteva risultare anche un semplice
favore fatto a qualche conoscente musicista.
Ad ogni modo,
sorvolando sulla più sottile (che non permette alcun termine di
paragone) quanto specificato da Hermann, confrontato con la tabella
delle tensioni fornite da Gorge Hart verso la fine dell'Ottocento (11), consentirebbe di
stabilire un presunto "re" di circa 0.84¸0.90 mm e
0.65¸0.73 mm per il presunto "la": diametri decisamente sottili
per un qualsiasi Violino del tempo. Del presunto 'mi' non sappiamo
francamente cosa dire, essendo secondo il paragone di Hermann "was
not different from a thick thread". Poteva essere forse un cantino
da mandolino? Non lo sappiamo.
Le corde del
ritrovamento si possono presumibilmente riassumere in due "re", tre
"la", due "mi": in pratica appaiono come spezzoni a giusta misura per
il Violino, ricavati probabilmente ognuna da uno stesso tratto
più lungo.
I reperti si
presentano colorati in giallo-paglia, fragili, leggermente rugosi e integri,
cioè mai utilizzati, nonostante sulla busta sia scritto "che trovansi
sul violino...".
Le corde di "mi"
sono realizzate in media torsione (circa 45° d'angolo) mentre
quelle di "la" e "re" decisamente in alta torsione, overossia con un
angolo di fibra prossimo a 80°. In queste condizioni non stupisce
affatto che esse dovettero manifestare al meglio le loro
proprietà acustiche distaccandosi per certi versi da quelle di
oggi che sono di frequente assai meno ritorte e quindi più
rigide.
Ecco i range dei
diametri riscontrati nel totale dei campioni:
Corda
Diametro
Note
E
0.70-0.72 mm Media torsione
A
0.87-0.89 mm Alta torsione
A*
0.80-0,83 mm Alta torsione
D
1.15-1.16 mm Alta torsione
*questa misura si
è presentata soltanto in un solo spezzone di corda
Come si può
notare manca la quarta corda. La cosa non stupisce perché, come
di consueto per l'epoca, essa veniva realizzata non dai cordai quanto
dai liutai (se non proprio dagli stessi musicisti) utilizzando una
seconda un po' sottile (12)
(13) (14).
Risulta quantomai
sorprendente la notevole aderenza ai calibri indicati nella tabella
riassuntiva del nostro lavoro (nonostante l'incertezza del diametro
finale dovuta alla levigatura esclusivamente manuale e alla grossezza
variabile -per quanto selezionato sia il budello- del materiale di
partenza), in particolare con quelli del celebre cordaio napoletano di
fine Ottocento Andrea Ruffini (15):
Mi: ± 0.67 mm
La: ± 0.90 mm
Re: ± 1.17 mm
Le misure
concordano anche con i dati forniti cento anni prima dal Conte Riccati (16):
Mi: ± 0.70 mm
La: ± 0.90 mm
Re: ± 1.10 mm
La cosa non deve
tuttavia meravigliare se si rammenta che in Italia - fin dal '600 e
prima (17) - le
corde venivano prodotte partendo preferibilmente da budella intere
di agnello (da non confondersi con il montone, che è il maschio
della pecora e che in Italia non sembra aver avuto "la fortuna" che
ebbe in Francia) di 8¸9 mesi di età secondo una prassi
rigorosamente standardizzata e tramandata di padre in figlio. Come
riportato da fonti italiane e non (18), un cantino di violino prendeva generalmente tre
"fili" (cioè budelli), ma talvolta anche quattro nella sua
manifattura. E questo avveniva sia nel Settecento che nel tardo
Ottocento (19). Il
fatto di utilizzarne quattro non deve far pensare che allora vi fossero
cantini estremamente grossi (se con tre budelli il diametro e di circa
0,70 mm, con quattro si passerebbe a circa 0,82 mm!) ma più
semplicemente che talvolta il budello a disposizione del cordaio era un
po' più sottile del solito. Questo viene confermato anche da un
passaggio di una lettera del Paganini (20). In qualità di cordaio posso
affermare che a parità di diametro finale una corda composta da
quattro budelli sottili risulta molto più regolare, più
duratura e meno soggetta a falsità di una realizzata a partire
da tre budelli "giusti". Non dimentichiamoci che al tempo non si
disponeva della rettifica meccanica delle corde, che permette di
ottenere corde perfettamente cilindriche. Il problema della
falsità di una corda fu un aspetto di rilevante e condizionante
importanza.
Paganini
evidentemente sapeva il fatto suo quando ordinava le corde e
così si faceva costruire apposta cantini di quattro fili
(guadagnando in durata e limitando la quantità di corde false)
arrivando a far sorvegliare persino i cordai napoletani da persona
fidata.
Il fatto che i
diametri rilevati concordino pressoché totalmente con le misure
provenienti da numerose altre fonti del tempo -tenendo conto anche
della grande standardizzazione produttiva- sembra far escludere che
possa essere avvenuto un processo di essiccamento ulteriore tale da
aver contratto significativamente ciascun reperto. Va ricordato
comunque che una corda di budello finita è già di per
sé un materiale, diciamo così, "mummificato".
Sovrapponiamo al
grafico n°2 del nostro precedente lavoro (nota 8, p. 187)
l'andamento delle tensioni di lavoro del diametro medio del mi, la e re
nelle stesse condizioni di lavoro (lunghezza vibrante 0,33 cms; a-435
Hz)
(Grafico non
presente)
Come si può
osservare, il profilo delle tensioni di lavoro dei campioni di corda
presenta un andamento quasi perfettamente scalare, così come ci
si doveva aspettare, decisamente coerente con le informazioni storiche
sopravissute e risulta praticamente sovrapposto al "set" di Ruffini, in
voga nel tardo Ottocento.
Conclusioni:
Indipendentemente
dal fatto che le corde in esame siano appartenute o no al grande
violinista esse sono con tutta probabilità gli unici esemplari
risalenti per certo al primo Ottocento. Esse, confermando gli
studi, vanno ancora una volta a confutare l'opinione radicata che vuole
che i violini del tempo utilizzassero montature assai leggere rispetto
ad oggi. Le corde sono poi realizzate con un sapiente grado di
torsione: non così "spinto" per i cantini (guadagnando pertanto
in resistenza tensile e allo sfilacciamento), più elevato per la
seconda e soprattutto terza corda le quali, lavorando soltanto ad una
frazione del loro carico di rottura abbisognano invece della massima
elasticità possibile al fine di ottenere da loro la migliore
resa acustica: da qui l'elevata torsione.
Questi reperti sembrano documentare che il Paganini utilizzò anche
corde con diametri consueti per il tempo; non sappiamo se fabbricate a
Napoli, ma certamente con grande perizia. Il significato della
richiesta epistolare "li desidero sottilissimi" risulta per
certi versi oscuro poiché sembra andare a contraddirsi con
l'affermazione che vuole che siano allo stesso tempo "di quattro
fila per resistere". Non va comunque escluso che anche il Paganini,
come qualunque musicista di oggi abbia 'giocato' un po'nel corso della
sua carriera artistica a sperimentare calibri diversi con l'unico
materiale a sua disposizione e da lui giudicato il migliore: il budello
di Napoli.
Bibliografia
(2) L'arco in questione porta affisso per
mezzo di un nastrino di seta verde e un sigillo di ceralacca rossa un
foglietto con la seguente scritta: "Arco di Nicolò Paganini,
che adopero [sic] durante tutta la sua carriera artistica.
Rottosi l'arco a Newcastel (Inghilterra) in otto frantumi, lo fece
rimettere insieme dal celebre liutista [sic] Vuillaume di
Parigi, ne cessò di valersi di quest arco esclusivamente. In
attestato di verità. (Achille Paganini figlio del celebre
Nicolò')
La rottura
dell'arco potrebbe essere avvenuta durante il giro concertistico del
1833, quando il violino dell'Artista, affidato al cocchiere della sua
carrozza subisce una brutta caduta rompendosi.
Esso venne riparato
forse assieme all'arco in Parigi da Jean-BaptisteVuillaume (1798-1875)
(cfr. Edward Neill: Nicolò Paganini il cavaliere filarmonico,
De Ferrari Editore, 1990 Genova p. 313)
(3) Il dorso in cartone della confezione
presenta la seguente scritta: "Vuillaume, rue…..Paris".
(4) Le corde si presentano avvolte a rotolo
tutte assieme e tenute strette da due nastrini di seta rossa.
(5) Si presume che tale lascito possa
essere stato consegnato in allegato al violino al Comune di Genova da
Achille Paganini, figlio di Nicolò, nel Luglio del 1851 (cfr.
Edward Neill: Nicolò Paganini il cavaliere filarmonico,
De Ferrari Editore, 1990 Genova p.313)
(6) Edward Neill: Nicolò Paganini: Registro
di lettere, 1829, Graphos, Genova 1991, p.80. Lettera scritta a
Breslau, il 31 Luglio 1829 indirizzata al "signore profre Onorio de
Vito, Napoli".
(7) Edward Neill: Paganini: epistolario,
Comune di Genova, Genova 1982, p. 49.
(8) Carl Flesch: The art of violin
playing, 2 vols., Fischer, New York 1924-30 (original edition, Die
Kunst des Violinspiels, 2 vols., Ries, Berlin 1924-8).
(9) Mimmo Peruffo: Italian violin
strings in the eighteenth and nineteenth centuries: typologies,
manufacturing techniques and principles of stringing Recercare IX
1997 p. 176.
(10) George Hart: The violin: its
famous makers and their imitators, Dulau and Co., London 1875,
section 3 p. 54.
(11) Edward Neill: Nicolò
Paganini il cavaliere filarmonico, De Ferrari Editore, 1990 Genova
p.27.
(12) Edward Neill: op. cit 6, p. 67:
Milano 28 Giugno 1823 "... colà mi restituirò a
Milano per li tuoi violini, e ti farò fasciare delle quarte di
filo d'argento".
(13) Edward Heron- Allen: Violin-making
as it was and is […], Ward, Lock & Co. London 1884,
Chapter XII, The strings p. 213: "I always obtain my covered
strings [i.e. the fourth, n.d.r.] for violin or viola from Mr. G. Hart,
who covers them with alternate spirals of gun-metal and plated copper".
(14) Francesco Galeazzi: Elementi
teorico-pratici di musica con un saggio sopra l'arte di suonare il
violino […], Pilucchi Cracas, Roma 1791, p.74: Non
sarà, cred'io, discaro al mio lettore, che io qui gli descriva
una picciola semplicissima macchinetta, e l'uso glie ne additi per
filarsi, e ricoprirsi d'argento da sé i cordoni". (It will
not, I believe, be unwellcome to my reader if I descrive and explaine
the use of, a small and very simple machine for threading and covering
the fourth string with Silver wire).
(15) William Huggins: "On the
function of the sound-post and the proportional thickness of the
strings on the violin", Royal Society proceedings, XXXV 1883, pp.
241-8: 247.
(16) Patrizio Barbieri: 'Giordano Riccati
on the diameters of strings and pipes', The Galpin Society Journal,
XXXVIII 1985, pp. 20-34.
(17) Statute of the Roman string makers'
guild. Roma, Biblioteca Angelica, Camerale II, Arti e Mestieri,
Statuti, coll. 312, busta 12, anno 1642.
(18) Francois De Lalande: Voyage en
Italie […] fait dans les annèes 1765-1766,
2nd edition, vol. IX, Desaint, Paris 1786, pp.514-9.
(19) Edward Heron- Allen: Violin-making
as it was and is […], Ward, Lock & Co. London 1884,
Chapter XII, The strings p. 212: "for the first, or E string, 3-4
fine threads ...".
(20) Edward Neill: Nicolò
Paganini: Registro di lettere, 1829, Graphos, Genova 1991,
p.80. Lettera scritta a Breslau, il 31 Luglio 1829 indirizzata al "signore
profre Onorio de Vito, Napoli': 'Quantunque tanto sottili [i
cantini, n.d.r.] devono essere di 4 fila per resistere".