Il Liuto nella sua realtà storica

                                                                                                                      di  Mimmo Peruffo,  2007



'Now divine aire, now is his soule ravisht, is it not strange that sheepes guts should hale soules out of mens bodies?'

William Shakespeare, Much Ado about Nothing.



Prefazione dell'autore
Il presente lavoro è la sintesi di una ricerca (che si può forse definire storico-archeologica) cominciata agli inizi degli anni '80.
Sintesi che si deve comunque ritenere provisoria, poiché passibile di integrazioni o modifiche in conseguenza di nuove scoperte o ulteriori ragionamenti sopra il tema delle montature di corda del Liuto nelle sue varie stagioni.

Per ciascun periodo di vita del Liuto ho elencato le diverse, concomitanti evidenze storiche di mia conoscenza (di natura trattatistica, tecnologica, epistolare, iconografica) inerenti le corde a cui si sono aggiunte la verifica matematica e le prove sperimentali (ogni ipotesi, per essere considerata plausibile, deve funzionare anche nel pratico). L'ipotesi conclusiva, quale sintesi armonizzata delle fonti, è stata quindi posta soltanto al termine dell'esposizione della documentazione. Mi sono naturalmente preoccupato che essa non sia mai in contraddizione con qualcuno dei documenti elencati. Qualora ciò accada ho lasciato aperta la porta al dubbio oppure a qualche altro diverso  modello interpretativo.

Ladove vi siano invece altri punti di vista ho provveduto ad esporli assieme alla loro ragion di essere evidenziando i loro lati deboli (alla luce delle varie fonti storiche, del calcolo matematico etc).

Per poter affrontare al meglio questo compito ho attinto alle competenze che sono derivate dalla mia passata occupazione di chimico analista, di liutaio per passione e di studente di liuto (sempre per passione) che hanno agito in sinergia tra loro.

A questo bagaglio di esperienza si è aggiunta anche la mia professione di cordaio, la quale integra gli insegnamenti impartiti dal mio maestro Arturo Granata (uno degli ultimi in Italia che ha esercitato per molti decenni il suo lavoro) alla ricerca attiva nel campo della corderia antica e della documentazione storica e trattatistica inerente il Liuto e altri stumenti a corda.
L'aspetto di cordaio gioca qui un ruolo fondamentale: non aver mai visto e maneggiato del budello allo stato fresco pone infatti dei grossi limiti anche alla sola formulazione di ipotesi che devono innanzitutto tenere conto se il budello è in grado o no di poter fare quello che si è pensato.

Si è reso pertanto necessario un lungo approfondimento nel campo delle tecnologie in uso tra il XVI e il XVII secolo (indirizzato specialmente alla tintura dei cuoi, tessuti, sete, peli etc e poi alle tecniche metallurgiche dei fili metallici) supportato costantemente da quello che fu uno dei pochi esperti al mondo di storia della chimica applicata alla concia dei cuoi e alla tintura di tessuti e sete del XVI-XVIII secolo: Franco Brunello.
Grazie al suo sostegno ho avuto la fortuna di disporre di testi antichi originali o ristampe del Cinque-Seicento di natura tecnologica diventati ormai rari che mi permisero, negli anni 1983-1990 di relizzare almeno1.500 test di ricette antiche e in parte moderne ad uso tintorio e di concia delle pelli con la speranza di poterle applicarle per l'appesantimento del budello dele corde gravi.
Questo lavoro fu affiancato da una lettura di diversi ricettari antichi e di alcune centinaia di volumi di elenchi di antichi manoscritti del XVI-XVII secolo presenti nelle principali biblioteche italiane con la speranza di trovare qualcosa di tecnologicamente utile (gli Statuti dei cordai di Roma e Napoli furono scoperti in questo modo).
Questo tipo di ricerca fu esteso anche agli archivi di stato di alcune città che furono centri di produzione cordaia quali Roma, Pistoia, Firenze, Bologna, Napoli, Lione, Strasburgo etc.
Fu sempre grazie ai libri e alla conoscenza di Brunello che potei infine rendermi conto che il procedimento di incorporazione di pigmenti coloranti insolubili fu una pratica assai comune in quegli anni e quindi provarne l'applicazione anche sul budello sperimentandone l'efficacia.
L'approfondimento delle tecniche rinascimentali di carica minerale della seta fu, nello specifico, di grande aiuto così come la chimica merceologica e la conoscenza delle sostanze chimiche minerali esistenti all'epoca.

L'indagine compiuta nei musei di Vienna, Norimberga, Parigi, Firenze, Bologna, Roma, Brescia, Barcellona, Innsbruck, Berlino, Londra, Edinburgo,Oxford, Stoccolma, Bruxelles, Lipsia, Eisenach o da privati (al fine di misurare il diametro dei fori delle corde dei ponticelli dei Liuti sopravvissuti) e la parallela ricerca sull'iconografia del tempo ha chiuso infine il cerchio.

Voglio ora menzionare la raccolta di antichi reperti di corda compiuta in alcuni musei europei (Roma, Innsbruck, Bruxelles, Vienna, Norimberga), la quale ci vede tuttora impegnati nella creazione di un database  -in continuo aggiornamento-  che annovera oramai centinaia di campioni di corda definibili 'antichi'.

Va citata infine la recente realizzazione di interviste filmate (con dimostrazioni pratiche delle tecniche di lavoro, degli utensili, delle varie fasi etc) fatta agli ultimi, rarissimi anziani cordai italiani; eredi della tecnologia storica che fu tramandata di padre in figlio giusto in tempo prima della sua definitiva scomparsa. Fortunatamente siamo riusciti in extremis in questo compito ed ora possiamo affermare che l'intero ciclo produttivo storico è salvo in ogni sua fase e anche perfettamente riproducibile.

Mi aguro che questo mio lavoro possa stimolare più un'occasione di dibattito e stimolo alla ricerca personale compiuta di prima mano rispetto alla semplice formulazione di certezze (o, al contrario, di opinioni superficiali) basate spesso sulla scarsa (o parziale) conoscenza dei documenti, delle proprietà meccaniche ed acustiche delle corde e delle risorse tecnologiche del tempo che lasciano, in un lavoro di archeologia, quasi sempre il tempo che trovano.
MP

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Due parole sul Liuto, strumento perfectissimo et eccellentissimo

 

Il Liuto fu lo strumento in cui gli antichi liutai e cordai spesero decisamente tutto ciò che era spendibile per ottenere il massimo rendimento acustico  nell’interfaccia corda-strumento.

Le sue ridotte tensioni di lavoro, l’emissione sonora realizzata mediante un solo impulso iniziale impartito con le dita (e non in continuo per mezzo di un arco) e la notevole escursione di frequenza esistente tra la prima corda e l’ultima suonate a vuoto (soprattutto nelle versioni a 10 e 11 ordini disposti tutti sulla stessa tastiera) ne facevano una vera palestra di abilità progettuale e costruttiva.

Come le proprietà meccaniche del mattone rappresentano l'elemento di partenza per qualunque architetto  così gli antichi  liutai  progettavano gli strumenti musicali -fossero essi Liuti, Violon d'arco o Viole da Brazzo- partendo dalle proprietà acustiche e meccaniche delle corde  a loro disposizione e non certo viceversa: nessuno progetterebbe un nuovo tipo di motore a scoppio per andare solo alla fine a ricerare  il carburante più adatto.


Per  quanto riguarda i cordai siamo in grado ipotizzare che in ogni epoca storica attraversata dal Liuto essi realizzarono i loro prodotti (per quello che la tecnologia a loro contemporanea poteva permettere) al massimo livello di qualità.

Possiamo dunque ritenere ad esempio che le corde da cantino, nel Liuto del primo ‘500, avessero già da tempo raggiunto, in termini di resistenza  alla trazione, l’ultimo grado di perfezione  (rimase invece insoluto il  problema della potenziale falsità di vibrazione della corda).

 

Si osserva che il miglioramento della qualità delle corde non si manifestò mai mediante un lento e graduale  perfezionamento della loro tecnica costruttiva bensì per improvvisi salti tecnologici riguardanti  sempre, nello specifico,  la messa a punto di un nuovo modo di produrre corde gravi di migliore resa acustica. La riuscita di questa ricerca provocò ogni volta profonde conseguenze sul nostro strumento; primo fra tutti il progressivo incremento delle corde basse, disposte inizialmente tutte sulla stessa tastiera.


Tentiamo ora di spiegare i criteri  che facevano sì che il Liuto fosse il risultato di un metodo di ottimizzazione estrema realizzato intorno alle corde a disposizione partendo da pochi elementi di base:

 

1) tensione di lavoro: a parità di frequenza e lunghezza vibrante essa dipendeva esclusivamente dal diametro della corda: il calibro andava scelto facendo in modo che la corda non risultasse nè troppo tesa nè troppo molle al tatto.

 

2) equal feeling: una volta trovato il diametro che forniva il ‘giusto’  grado di tensione questo doveva  poi ritrovarsi eguale tra tutte le corde della montatura.

 

3) inarmonicità delle corde di maggior sezione: mano a mano che una  corda va aumentando di sezione (a parità di tensione, tecnica manifatturiera, materiale  e lunghezza vibrante)  questa raggiunge sì frequenze sempre più gravi, ma contestualmente anche la sua resa acustica globale  si riduce progressivamente sino a raggiungere -oltre certi diametri- livelli assolutamente insoddisfacenti a causa del suo aumento di rigidità.

 

Vediamo le cose con maggior dettaglio:

I punti 1) e 2) sono condizioni di lavoro decise esclusivamente dal musicista.

Il problema di cui al punto 3) è invece legato ad una legge della Fisica, di cui vale però anche la regola inversa: ogni stratagemma utile a ridurre il diametro di lavoro non può che andare nella direzione giusta.

 

Le soluzioni che, a parità di frequenza, possono ridurre il diametro di una corda sono le seguenti:

1)      Riduzione della tensione di lavoro

2)      Aumento della lunghezza vibrante

3)      Aumento dell’elasticità della corda

4)      Aumento del peso specifico unitario della corda

 

Il punto 1) veniva deciso esclusivamente dal suonatore (corde né troppo tese né troppo molli); i punti 3) e 4) dipesero invece solo dai cordai e furono quelli responsabili  del susseguirsi di vere e proprie  ere organologiche e musicali mano a mano che essi riuscivano ad introdurre nel mercato qualcosa di nuovo.

 

Il solo punto di pertinenza del liutaio fu dunque il n°2: lunghezza vibrante e diametro sono infatti inversamente proporzionali.

Per ottimizzare al meglio il rendimento acustico delle corde bisognava dunque adottare la massima lunghezza vibrante possibile. Questo andava naturalmente a beneficio soprattutto dei Bassi,che erano quelle più spesse e quindi maggiormente soggette al problema dell’inarmonicità sì da ottenere da loro la massima riduzione di calibro e quindi la migliore resa acustica. 

Non si poteva tuttavia aumentare a piacere la lunghezza vibrante a causa dei limiti imposti dal carico di rottura del cantino.

 

Vediamo perché:

Quando una corda di materiale qualsiasi viene progressivamente tesa tra due punti fissi (la lunghezza vibrante), si arriverà ad un certo momento ad un’altezza di frequenza in cui essa si spezzerà di netto.

Tale punto coinciderà anche con il raggiungimento del carico di rottura lineare della corda, che per il budello è sperimentalmente pari a 34 Kg/mm2

(1 mm2 = 1,18 mm di diametro circa), inteso come valore medio e che si può ritenere valido -per una serie di dimostrati motivi che ora non è possibile trattare- anche per  i cantini realizzati nel XVI-XVIII secolo.

 

Il valore di tale frequenza limite, detta ‘frequenza di rottura’, risulta completamente indipendente –per quanto strano possa sembrare- dal diametro e questo lo si può facilmente verificare sia per via matematica (applicando la formula generale  delle corde) che per via sperimentale.

 

Tale frequenza limite è direttamente proporzionale alla lunghezza vibrante in cui è sottesa la corda stessa; così se la l. vibrante dimezza tale frequenza raddoppierà e viceversa. In altre parole, il prodotto tra lunghezza vibrante -in mt- e  frequenza di rottura -in Hz- è una costante definita ‘Indice di Rottura’.

L’Indice di Rottura medio sperimentale di un cantino di liuto moderno che si rompe a 34 Kg /mm è pari  a 260 Hz/mt (ciò sta a significare che alla lunghezza vibrante di un metro la corda si romperà, almeno in via teorica,  a 260 Hz e coinciderà, per la sezione unitaria di 1 mm2, al raggiungimento del carico di rottura di 34 Kg/mm2).

 

 In realtà un liutaio deve ragionare all’inverso: la frequenza che deve avere il cantino è infatti il primo parametro che viene deciso quando si deve costruire uno strumento musicale.

 Grazie alla proporzionalità prima descritta, dividendo  l’Indice di Rottura per la frequenza della prima corda si otterrà dunque la lunghezza vibrante limite teorica in cui la corda si romperà di netto.

Nel caso di un liuto in Sol (sol=392 Hz al corista di 440 Hz) si ottiene:

260/392= 0,66 mt

 

La scelta della lunghezza vibrante ‘pratica’ dovrà pertanto considerare un accorciamento prudenziale di questa lunghezza limite. Ma di quanto? Più si accorcia e peggio è in termini di resa  acustica dei Bassi.

 

Lo studio delle lunghezze vibranti di alcuni  (attendibili) liuti rinascimentali e  barocchi sopravissuti  e delle proporzioni degli strumenti delle tavole di Praetorius  ha premesso di appurare che la scelta della lunghezza vibrante di lavoro fu di circa 2-3 semitoni al di sotto della lunghezza vibrante teorica prima descritta.

 

Perché?

Prendendo spunto da una ricerca del liutaio David van Edwards ( 'Gut strings and Angled Bridges' in The Lute Vol XXV 1985), abbiamo sottoposto a trazione crescente un cantino di budello per Liuto ottenendo anche noi una curva molto simile a questa:



 

 

 

Come si può osservare, la corda mantiene la sua linearità sino a circa 2 semitoni dalla rottura.

 Da questo punto in poi essa  perde quasi completamente la sua capacità di allungarsi all’aumentare della trazione sino ad arrivare rapidamente alla rottura.

Questo aspetto fu naturalmente ben noto anche agli antichi.

Ecco ad esempio quanto scrisse il Bartoli (DANIELLO BARTOLI: ‘Del suono, de' tremori armonici e dell'udito’, a spese di Nicolò Angelo Tinassi, Roma 1679, p. 263): Una corda strapparsi allora che non può più allungarsi…’.



 

                                                                       DANIELLO BARTOLI: ‘Del suono, de' tremori armonici e dell'udito’ 1679.



Il limite estremo prima che una corda di cantino cominci a perdere la capacità di allungarsi venne dunque preso nel Liuto come elemento progettuale  determinante per il calcolo della massima lunghezza vibrante di lavoro sino ad arrivare a sfruttare addirittura, in stato di intonazione, il 90-95% del suo serbatoio di resistenza tensile.

Si lavorava in altre parole costantemente nei presi della rottura.

 

Questa curva va anche a spiegare la famosa regola del Liuto rinascimentale che vuole che si debba tendere la prima (e costosa!) corda al più acuto consentito.

Ma niente paura: la corda avrebbe avvertito per tempo il musicista quando il suo limite massimo era ormai quasi raggiunto (un piccolo movimento di rotazione del pirolo avrebbe causato una crescita di frequenza molto maggiore di prima segnalando a liutista che si era quasi raggiunto l’exitus).

Tale limite verso l’acuto lo definiamo vincolo superiore.

Vi è un altro vincolo detto inferiore: esso è per sua natura risulta meno definito del primo, essendo un parametro di tipo soggettivo legato essenzialmente alla qualità acustica dell’ultima corda del basso.

L’ampiezza di escursione di frequenza a vuoto tra la prima corda (che più in su non può andare) e l’ultimo basso (che definisce il confine di accettabilità per le orecchie del tempo) riassume in sé stessa,  quale sintesi estrema, lo stato dell'abilità manifatturiera raggiunto dai cordai coevi al nostro strumento.

Esattamente come un liquido, il quale versato in un recipiente ne va ad occupare immediatamente la massima superficie disponibile, così la caratteristica del Liuto, strumento perfectissimo et eccellentissimo, fu quella di  sfruttare alla massima estensione possibile le proprietà meccaniche ed acustiche offerte dalle corde a sua disposizione.

Pur nella sua ottimizzazione costruttiva, esso fu tuttavia delimitato nei suoi estremi da due vincoli: mentre quello superiore  non fu mai superato (la resistenza tensile del budello fu quella e rimase quella)  quello inferiore fu invece il vero, autentico terreno di sperimentazione nei secoli a venire.




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Le corde e i loro nomi

Le corde prodotte nel XVI; XVII e XVIII secolo, a differenza di oggi, si contraddistinsero per l’avere un nome che ne caratterizzava  immediatamente la zona di provenienza, indice questo di sicura qualità.

Questo peculiare aspetto, in un epoca storica in cui non esisteva ancora la tutela del brevetto, spiega la particolare severità con cui le corporazioni cordaie perseguivano le frodi commerciali e i cordai anche della stessa corporazione eventualmente sorpresi a frodare.

Fornire ai clienti la garanzia assoluta che le corde di Monaco fossero state realmente realizzate a Monaco rimase una priorità fondamentale nei secoli in cui il Liuto fu suonato.

 

Un secondo punto da sottolineare fu la specializzazione produttiva tipica di determinate aree geografiche: in talune zone i cordai si dedicarono ad esempio alla produzione di corde gravi; in altre invece ai cantini arrivando a volumi commerciali davvero incredibili. Firenze (per i bassi) e Roma (per i cantini) costituirono un esempio emblematico.

Non si vuole qui affermare in termini assoluti che allora in Firenze non si producevano cantini; si vuole invece sottolineare  il fatto che se talune zone si sono via via specializzate in determinati filoni ciò sta a significare che in questo settore dovevano in qualche modo eccellere.

Ciò stava a significare anche che erano  riusciti ad ottimizzare meglio degli altri una determinata linea di produzione elevando l'offerta con nuovi prodotti o scoprendo metodi di produzione migliori e più razionali.

 

I documenti del  Cinquecento, Seicento e Settecento che  descrivono nello specifico qualcosa in merito alle corde per gli strumenti a pizzico e ad arco sono di per sè assai scarsi. La maggior parte di essi riguardano perlopiù  il Liuto: lo strumento più difficile da accontentare in termini di montatura.

 

Vi è invece un singolare paradosso che riguarda il Secolo dei Lumi:  nel mentre che l’arte cordaia cominciava per la prima volta ad essere descritta con cura dagli enciclopedisti (e così anche alcuni importanti aspetti delle montature per  Quartetto d’archi, Mandolino e soprattutto Chitarra a cinque ordini) del Liuto dell’età di S. L. Weiss invece non se ne sa  praticamente più nulla: il nostro strumento stava ormai  in un angolo oscuro della storia che nessuna Luce della Ragione poteva a questo punto illuminare.

 

Esaminiamo ora le fonti storiche:

 

Quattrocento

Non possediamo alcuna indicazione dei nomi delle  varietà commerciali di corda per Liuto.


Cinquecento

La prima menzione di tipologie di corda proviene dal manoscritto del nobile bresciano Vincenzo Capirola (1517 ca): per la prima volta vengono descritte corde di qualità superiore provenienti da Monaco (di Baviera); viene anche indicata una tipologia chiamata ‘Ganzer  la cui origine del nome non è del tutto chiara, anche se alcune tracce sembrano portare alla struttura tipica di un cordonetto (vedi dopo).

 Capirola purtroppo non specificò  l’uso in seno allo strumento delle corde dal lui documentate.

 

Una seconda fonte storica di nostra conoscenza è  Adrian Le Roy: (‘A Briefe and plaine instrucion…’London 1574)).

Le Roy scrisse che le corde migliori sono Fabbricate a Monaco (o nei suoi dintorni) oppure nella città dell’Aquila, in Italia:

‘…the best come to us of Almaigne, on this side the toune of Munic, and from Aquila in Italie.’.

 

Dopo questo interessante inizio egli passa poi a descrivere il metodo per distinguere una corda buona da una falsa.

Anche Le Roy non presenta alcuna ulteriore informazione circa la posizione occupata dalle corde da lui indicate.

Con queste scarne informazioni si conclude il Cinquecento.

 

Seicento

Il primo documento che finalmente apre uno spiraglio di luce nei riguardi delle corde per Liuto  porta la firma di John Dowland, 1610  (Varietie of lute-lessons: "Of setting the right sizes of strings upon the lute").

 

Le corde sono da Dowland così suddivise:

 

-Trebles (Cantini): ‘from Rome and other parts of Italy’; ‘from Monnekin and Mildorpe’ (molto probabilmente Monaco di Baviera e  Meldorf, entrambe in Germania); vengono indicate altre corde di misura piccola: ‘which are made at Livornio in Tuscanie’.

-Small and Great Meanes (medi): Gansars

 

-Base (Bassi): ‘Nurenburge, and also at Straesburge’; ‘Venice Catalines’ (i Bassi migliori: costruite a Bologna in ‘Lombardia’, secondo Dowland).

Si osserva nello scritto di Dowland una certa tendenza alla confusione quando descrive le tipologie di corda dei Meanes. Ad esempio non si riesce a capire  se le ‘smaller strings fabbricate a Livorno siano corde per i Trebles o per i Meanes. Così come non si comprende se le corde colorate appartengano alla classe dei Treble; dei Meanes (o ad entrambe). Richiamandosi a Capirola compare ancora il termine ‘Gansars’.


A  Dowland segue Michelangelo Galilei che il 6 Agosto del 1617 scrisse da Monaco al fratello Galileo  pregandolo di procuragli 'quattro grosse corde di Firenze per suo bisogno et dei suoi scholari'.  Non conosciamo purtroppo il nome commerciale di questi Bassi

Nel Mary Burwell Lute tutor (1670 ca) leggiamo quanto segue: ‘The good stringes are made at Rome or about Rome and none that are good are made in any other place except the great strings and octaves that are made in Lyons att Fraunce and noe where else’.

 Come già scrisse Mersenne (1636), si conferma che le corde migliori provengono da Roma. La novità concerne soltanto le corde  Basse e le relative ottave, le quali sono fabbricate a Lione.

 

Thomas Mace (1676): è in assoluto la fonte più preziosa ed esaustiva. Come in Dowland, le corde sono suddivise in tre tipologie:

 

-Trebles: (1a, 2a 3a e ottava 6a): Minikins;

 

-Meanes: (4a; 5a e le restanti ottave dei Bassi): Venice catlins

 

-Basses: Pistoys, Lyons

 

Mace descrive anche lui, come Dowland, corde colorate ma anch’egli non è sufficientemente chiaro se siano per i Trebles, per i Meanes (o per entrambi).

 

Le informazioni del XVII secolo inerenti le tipologie di corda per  Liuto terminano qui.

 

I Romans, Le Venice Catlins e i Lyons compaiono ancora nel manoscritto di James Talbot (1695 ca) quali corde  per il Violino e per il Basso di Violino.


Settecento

Non possediamo alcuna specifica terminologia di corde da Liuto

In conclusione i nomi dati alle corde pr Liuto del XVII secolo richiamano sempre la loro zona di provenienza, con due sole eccezioni: le Catlins (o Catlines) e le Gansars. Le prime furono corde fabbricate, almeno ai tempi di Dowland, in Italia. Non conosciamo tuttavia con che nome gli italiani chiamavano questa tipologia.


Con l’avvento del XVIII secolo i termini Catlins, Catline, i Lyons, i Pistoys  etc. scomparvero del tutto per lasciare posto ad una denominazione più generica come ad esempio: ‘corde fabbricate a….’.

 Le corde gravi in puro budello fabbricare dai cordai cedettero il posto ai bassi filati, costruiti ora dai liutai se non dagli stessi musicisti.

Un’epoca si era dunque conclusa


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 Le tre età del Liuto e le tre Sorts di corda  

L’esistenza del Liuto (si intende qui inteso come famiglia di strumenti) in relazione alle tecnologie cordaie che si sono via via sviluppate nel corso del XVI e XVIII secolo si può suddividere in tre periodi base i quali, in termini generali, sono essenzialmente legati  alle tipologie di corde Basse di volta in volta a disposizione:


-Liuti a sei ordini compresi tra la seconda metà del XV secolo e il 1570-80  (Viuhela compresa).


-Liuti compresi tra il 1580 e  la fine del XVII secolo (7, 8, 9, 10 ordini senza tratta, Arciliuti a tratta corta/Liuti attiorbati- e lunga,  Tiorbe, Liuti in re minore senza tratta e a tratta corta etc.); Chitarre a cinque ordini.

-Liuti del XVIII secolo (Liuti in re minore 11 e 13 ordini senza tratta, Liuti 13 ordini in re minore con tratta a collo di cigno, arciliuti, tiorbe, gallicone); Chitarre a cinque ordini.


Fin dagli inizi del XVII secolo  –cioè quando il Liuto disponeva ormai di un'escursione a vuoto di due ottave e una quarta-  sappiamo che gli antichi identificano per esso la necessità di tre tipologie di corda (in inglese 'Sorts'; vedere Dowland, 1610): Acuti, Medi e Bassi.


A conclusione di un lungo percorso di riflessione e di sperimentazione pratica siamo arrivati a concludere che lo scopo ultimo delle tre Sorts -lungi dall’essere soltanto una  banale descrizione delle varie tipologie commerciali-   era quello di andare a realizzare un sorta di staffetta tra le corde che partendo dall’acuto potesse arrivare a coprire fino al basso più profondo.

Si dovevano infatti risolvere, mano a mano che si andava giù di frequenza, i pesanti problemi di natura meccanica ed acustica che  andavano via via emergendo con l'aumentare del calibro delle corde. Questo si realizzava  proprio mediante uno scambio di testimone, compiuto ‘al momento giusto’, overossia mediante il passaggio da una tipologia alla seguente. Non bastava affatto, in altre parole, realizzare semplicemente delle corde via via più grosse ma si doveva ad un certo punto passare ad un altro tipo realizzato con un sistema completamente diverso dal precedente.
Ogni  tipologia che seguiva doveva pertanto possedere in sè caratteristiche meccaniche e/o acustiche atte a risolvere (o perlomeno contrastare) le problematiche emerse nella Sort precedente.

Come accade anche per la tecnologia cordaia attuale, si ipotizza di conseguenza che vi fossero, anche nella corderia del tardo Cinquecento e a seguire, tre diversi indirizzi produttivi  in grado di realizzare:


-le corde per  gli Acuti (i Trebles di Dowland e Mace), vale a dire le corde per i primi tre ordini del liuto rinascimentale e del liuto in re minore


-le corde per i Medi (i
Meanes, suddivisi a loro volta da Dowland in Small & Great; per Mace erano il 4° e 5° ordine)


-le corde adatte ai Bassi (dal sesto ordine basso in giù: i Basses). 


C
he non si potesse scambiare il percorso manifatturiero proprio di una specifica tipologia di corda con un’altro è evidente ad esempio in Dowland (1610) come in Mace ('Musik's Monument', London 1676): il primo scrisse che le Gansars (che secondo lui erano ottime corde per i Meanes)  non potevano essere utilizzate come Trebles perché si sarebbero immediatamente rotte sotto trazione. D’altro canto  se le corde per i Meanes fossero invece state costruite seguendo il percorso tecnologico riservato ai Trebles crediamo che si avrebbero avuto pesanti problemi di resa acustica a causa dell’elevata rigidità posseduta da questo tipo di corda: i Trebles, così come descritti  da Dowland, si presentano infatti piuttosto rigidi e pungenti al pollice che le preme ad un estremo. 

Anche Thomas Mace, 66 anni dopo Dowland, ci sottolinea il fatto che i sottili 'Minikins' (Trebles) sono così robusti da non rompersi affatto alla trazione esercitata con le mani segnando anzi profondi solchi sulla pelle delle dita.  Per contro le 'Catlines' dei Meanes -pur essendo di maggior spessore-  possono essere talvolta  spezzate da un uomo particolarmente robusto.


La nostra ricerca delle antiche fonti e la competenza pratica in materia di tecnologia di lavorazione del budello antica ci ha permesso formulare delle ipotesi che vanno a spiegare quali devono essere oggi (e crediamo dovettero essere anche allora) le caratteristiche meccaniche ed acustiche specifiche di ciascuna di queste Sort, caratteristiche che abbiamo poi applicato con successo alle nostre corde mediante tre distinti percorsi manifatturieri. A questo abbiamo integrato dei criteri di calcolo delle montature per Liuto basati più sul feeling tattile che sulla tensione espressa in Kg.



In definitiva la messa a punto di una montatura in solo budello per il Liuto si presenta più come uno stretto sentiero che una larga via; per questo, per l'esiguità di possibilità di manovre alternative, siamo convinti che le nostre soluzioni furono molto probabilmente le stesse soluzioni  di un tempo.

 

Gli Acuti

In questa prima tipologia di corde va ricercata esclusivamente la massima resistenza  meccanica alla trazione e all’usura superficiale causata dall’azione delle dita del musicista. Questo si ottiene sacrificando al massimo il parametro elasticità. Si trova traccia di questa caratteristica anche nelle fonti del tempo: Dowland (1610) -lo ricordiamo ancora una volta-  indicò che una buona corda per  Trebles deve presentarsi rigida e pungente al pollice; Baron (1727) scrisse invece che vi sono testimonianze di cantini di Liuto romani che hanno avuto una durata di anche 4 settimane. 

Un paio di settimane  di vita potrebbe essere stata dunque la norma?


Documenti del tardo Cinquecento e Seicento aggiungono alle corde dei cantini per Chitarra, Liuto e Violino l’aggettivo ‘rinforzato’ (vedere Patrizio Barbieri: ‘Roman and  Neapolitan Gut Strings 1550-1950 in GSJ May 2006, p176-7).

Noi  crediamo che questo termine fu riservato  soltanto a quelle corde che subirono specifici trattamenti (che sono citati anche nelle fonti storiche come ad esempio quella che descrive una corderia padovana; Skippon, 1660 ca) atti a rendere il budello più rigido (noi ad esempio riserviamo questo trattamento soltanto ai diametri di budello inferiori a .48 mm). Corde di questo tipo necessitano inoltre di un basso grado di torsione ed altre modalità di intervento atte ad ottenere al meglio lo scopo prefissato: l’elevato carico di rottura e l’elevata resistenza all’abrasione superficiale.



Michelangelo Merisi (1596 ca.): dettaglio di corde sottili di aspetto apparentemente 'rigido'


 Per le corde adatte al secondo e terzo ordine è invece utile incrementare moderatamente  la quantità di torsione omettendo il trattamento chimico ‘rinforzante': lo scopo è quello di cominciare a realizzare un certo incremento dell’elasticità utile a garantire una migliore resa acustica anche se al prezzo di una moderata perdita di resistenza alla trazione, qui non strettamente indispensabile come per il cantino.

 



I Medi

 Mano a mano che lo spessore di una corda incrementa (a parità di lunghezza vibrante e tensione) essa comincia a perdere sempre più  in qualità acustica fino a divenire, oltre un certo spessore, praticamente afona.

La causa di tutto questo è il crescente smorzamento acustico (attrito) interno alla corda (detto più propriamente ‘Inarmonicità’). Nel Liuto rinascimentale a tratta corta questo problema comincia a manifestarsi , anche se  in modo ancora poco percettibile, già a partire dal quarto ordine per presentarsi  molto più pesantemente mano a mano che si procede verso le corde più gravi.

Va fatto qui notare come l’aggiunta delle ottave ai bassi del Liuto fu un importante stratagemma escogitato dagli antichi per restituire in qualche maniera gli armonici acuti mancanti alla corda della nota fondamentale (vedere Virdung 1511).

Allo scopo di contrastare al massimo la perdita di ‘portanza acusitica’,  le corde di mezzo -o Meanes-  vengono da noi  realizzate spingendo al massimo tutto ciò che può tornare utile ad incrementare il parametro elasticità, che è il vero ed unico obiettivo qui ricercato. Questo va certamente a discapito della resistenza tensile della corda ma tale aspetto, nelle corde dei Medi, non è più un problema: ci si è infatti ormai allontanati  -e di molto- dalla cosiddetta Frequenza limite di Rottura.
(vedere la FAQ 14).

In pratica è come se ad un aeroplano in fase di rallentamento  si andasse via via ad aumentare la superficie alare in modo da compensare la perdita di portanza dovuta alla più ridotta velocità ed  evitarne quindi la caduta.


Questo può venir ottenuto ottenuto:
1) sottoponendo il budello ancora allo stato fresco a specifici trattamenti  in maniera da ridurre al minimo la  sua rigidità  ancora prima di essere ritorto.

2) realizzando le corde con  metodi di torcitura più complessi della semplice 'alta torsione', utili  ad incrementare ulteriormente  l’elasticità (torcitura a gomena realizzata con il budello sempre allo stato fresco).

Esiste una traccia storica di questo procedimento: l'etimologia del nome delle corde Ganzer (Capirola 1517 ca) o Gansars (Dowland, 1610), potrebbe  rifersi al francese 'Ganse; Ganses; Ganzier' che erano corde per abiti con struttura a cordonetto, cioè a gomena.

Ecco quello che siamo riusciti a trovare in merito:




Contraddizioni

Thomas Mace (Chap VI p. 66) scrisse che tra le qualità che dovevano presentare le corde dei Trebles e quelle dei Meanes vi era anche la rigidità sotto le dita:… and the signs of Goodness, both the same; which are, first the Clearness of the Strings to the Eye, the Smoothness, and Stiffness to the Fingers…’.

 Se anche le corde dei Meanes dovevano avere una certa rigidità sotto le dita ciò stava a significare che  possedevano anche un elevato carico di rottura: a parità di materiale, elasticità e carico di rottura sono inversamente proporzionali.
Questo è in contraddizione con un fatto fatto da lui stesso riportato:  una corda dei Meanes,  pur essendo più grossa di un Treble, si può rompere tirandola con le mani. Le due posizioni sono antitetiche: siamo propensi a credere che la rigidità riferita ai Meanes sia stato un errore di penna o una svista dell'autore.




I Bassi

 

I bassi per Liuto a sei ordini/Vihuela fino al 1570 ca: corde in alta torsione o a gomena?

Riportiamo di seguito alcuni documenti di recente accquisizione (Patrizio Barbieri: ‘Roman and  Neapolitan Gut Strings 1550-1950 in GSJ May 2006, p176-7) che documentano quanto segue:

1) le corde con struttura a gomena furono già utilizzate negli strumenti musicali a partire dalla metà del  XV secolo (vedere Ugolino da Orvieto: 'Declaratio musicae disciplinae' Liber quintus, Capitulum IX:  'De cordarum seu nervorm  instrumentalium subtilitate et grossitie'. 1430-40 ca.).


2)
la presenza di orditori negli inventari delle botteghe cordaie romane della metà del XVI secolo (l’orditore è una speciale ruota a tre o quattro uncini ruotanti dotata di manovella adatta a fabbricare cordonetti, vale a dire corde del tipo a gomena)


                                                                                                          Esempio di orditori

                                  (da Patrizio Barbieri: Roman and Neapolitan gut strings, 1550-1590, GSJ, May 2006, pp 176-7.)




Corde realizzate in questa maniera furono comunque in uso molto tempo prima: e
cco questa testimonianza iconografica risalente al periodo imperiale romano:


3) Vi è un problema di tipo acustico intimamente legato alla   natura specifica della montatura di corde del Liuto e di altri strumenti a pizzico del tempo: la presenza degli 'ordini' e non di corde singole.

Questi, come è noto, sono costituiti dall'accoppiamento di una corda di un certo spessore con una notevolmente più sottile accordata all'ottava alta da premere entrambe, simultaneamente, sui tasti e da pizziacare insieme.

Se la corde  gravi del Liuto della prima metà del Cinquecento fossero state in alta torsione ci dovremo aspettare non solo una certa criticità di intonazione (con un movimento minimo del pirolo l'intonazione della corda sarebbe variata di molto), ma soprattutto una certa crescita di frequenza da parte della più grossa rispetto a quella più  sottile quando le si tasta; una corda così spessa (che è più rigida) avrebbe manifestato anche una notevole instabilità di frequenza a seconda della quantità di pressione e del tipo di movimento laterale esercitato dal dito premente sul tasto.


Questo aspetto avrebbe dunque reso le corde che compongono l'ordine costantemente stonate tra di loro.

In aggiunta va  notato che è proprio la corda di maggior diametro che le dita della mano sinistra vanno ad incontrare per prima aggiungendo pertanto alla stessa una certo extra di pressione rispetto alla sottile abbinata: questo fatto va ad esaltare ancor più il fenomeno appena citato, soprattutto se il legaccio presenta un diametro maggiore.


Questo fenomeno viene definito dagli inglesi 'pitch distorsion'.  Esso è funzione del diametro e rigidità della corda nonchè dal diametro del legaccio.


Questo aspetto non fu tuttavia mai lamentato dai liutisti del primo Cinquecento i quali, lo ricordiamo, furono sempre alquanto pignoli nell'evidenziare quelli che furono per loro i  problemi dati dalle corde, come ad esempio la falsità (spiegando quindi come eseguire un semplice test per riconoscerlo). Qualcuno arrivò anche a descriverci il suo 'Secreto da ligare le corde sul lauto' (Capirola, 1517 ca.), soluzione che si rese necessaria a causa del fatto che le corde del tempo pare fossero in qualche misura 'coniche' e tali da essere calanti o crescenti sui tasti.


Ciò porta a dedurre che il problema del pitch distorsion al tempo non esisteva: le più spesse della 'fondamentale' degli ordini gravi del Liuto a sei cori dovettero pertanto possedere un'elevata capacità di allungamento così da essere in grado neutralizzare l'eventuale crescita di frequenza che una corda di un certo spessore (e di una certa rigidità) avrebbe inevitabilmente manifestato sui tasti.

E questo risultato lo si ottiene soltanto se le corde presentano una struttura molto elastica, per esempio a gomena.



Conclusioni

E' nostra opinione che le corde con una struttura costruttiva simile o eguale alla gomena furono quelle utilizzate nel basso del (4°); 5° e 6° coro dello strumento a sei ordini fino al 1570 circa. In altre parole non riteniamo più sostenibile l'idea che il Liuto della prima metà del '500 utilizzasse, nei gravi,  delle normali corde di budello realizzate in alta torsione, come sino a poco tempo fa si ipotizzava. 


Avanziamo quindi l'ipotesi che l'aggiunta, verso la seconda metà del XV secolo, del sesto  ordine grave  si rese possibile  grazie all'introduzione di questo tipo di corda, che è notevolmente più elastico.

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L’escursione a vuoto di due ottave  verso il grave partendo dalla frequenza del cantino -tipica del Liuto a sei ordini-  costituì a nostro avviso il limite acustico medio per le orecchie del tempo: le lamentele per il suono flebile dei bassi del liuto da parte dei contemporanei  risultano infatti sorprendentemente ‘attuali’.

Virdung, (Musica Getutscht, Basilea, 1511) ad esempio scrisse: "tutti questi tre 'Prummer' -i tre bassi del 4°, 5° e 6° ordine cioè-  hanno in addizione alle loro spesse corde, una  corda di media  larghezza e questa è tensionata, o accordata un'ottava sopra il loro rispettivo Prummer.  A: Perchè si fa così?  Perchè le corde più grosse, con l'esser grosse  non si sentono a distanza come le sottili o le alte.  Perciò vi si mettono le ottave così che esse possano essere udite come le altre" (nostra traduzione).

Possiamo supporre quindi che, dal solo punto di vista delle tipologie manifatturiere, il numero di Sorts nel Liuto a sei ordini fosse limitato a due soltanto.





Il caso della Vihuela: unisoni od ottave?

1)      La tecnologia cordaia tedesca ed italiana anteriore al 1570 -la migliore d'Europa-  non fu in grado di produrre corde basse di grande efficienza acustica (obbligo delle ottave per compensare la povertà di armonici), e questo era già evidente anche per le orecchie di alcuni illustri contemporanei (Virdung, Galilei).

2)      Gli spagnoli, nel corso del Cinquecento, dominavano una gran parte del territorio italiano; la Viola da mano in Italia godeva infatti di un certo seguito: difficile pensare che essi possedessero una loro tecnologia ‘segreta’ per i Bassi che non fosse ad un certo punto nota anche alla corderia/liuteria italiana e tedesca coeva, che fu la più importante d’Europa.  Sappiamo anche che essi compravano ingenti quantità di corde fuori Spagna (da Monaco, precisamente): se avessero avuto in Spagna delle corde gravi di qualità nettamente superiore al resto d' Europa, non dovremmo forse aspettarci un notevole commercio di esportazione? (come avvenne ad esempio per la corderia romana del Cinque-Seicento).


3)      Pisador (1552): a proposito del quarto ordine si preoccupò di precisare che deve essere messo in unisono.



Questa  singolare indicazione farebbe pensare che lo standard fu l’uso dell'ottava appaiata ma che a lui non piaceva o non era adatto alle sue musiche. Da qui la necessità di dover precisare per iscritto un qualcosa che andava fuori dagli schemi consueti dei musicisti.

4)
      Fuenllana (1554): vi sono alcuni passaggi musicali (come avviene anche in Joan Ambrosio Dalza) in cui viene prescritto di suonare  soltanto una corda del coro: questo artifizio fu però limitato soltanto al 2, 3 e 4 ordine:  una testimonianza importante che il quarto ordine almeno era in unisono.  Non si sa nulla del quinto e del sesto.

5)
      Bermudo (1555): affermò che il quarto ordine della chitarra coeva è all’ottava come quello (sempre il quarto, ndr) del Liuto, o Vihuela di Fiandra. Da qui si può desumere che il quarto della Vihuela era in unisono mentre nel Liuto no inquanto per avere il termine di paragone utile Bermudo ha dovuto riferirsi ad uno strumento a lui più lontano, mentre sarebbe stato più naturale, nel caso, riferirsi alla spagnola Vihuela. Anche qui non si sa nulla del quinto e del sesto ordine.

6)
      Bermudo (1555): scrisse che per ottenere l’accordatura della Chitarra a quattro ordini (la quale ha solo il quarto in ottava, gli altri in unisono) basta togliere il primo e il sesto ordine di una Vihuela: il risultato porta a concludere che la Vihuela ebbe il quarto ordine in unisono (ma anche in ottava talvolta, a giudicare dalla necessità di Pisador di dover precisare per iscritto un qualcosa che appare fuori dalle regole comuni) -corrispondente al terzo della Chitarra- e il quinto con l’ottava (overossia il quarto della Chitarra). Il sesto di conseguenza -per considerazioni di tipo acustico- doveva essere anch’esso in ottava.

7)
      Bermudo (1555):  nel capitolo LXXXV tratta dell’inclinazione da fornire al ponticello rispetto all'asse della tavola armonica sì da aumentare di poco la lunghezza vibrante dei Bassi al fine di compensare la grande quantità di spazio occupato dal grosso nodo della sesta corda grave la quale è sempre descritta al singolare, mai al plurale. Il coro doveva dunque essere in ottava. La grossa quantità di spazio occupato dal nodo (e non dai nodi!) e la conseguente necessità di inclinare il ponte al fine di compensare l’accorciamento della lunghezza vibrante della sesta corda per lo spazio occupato dal nodo stesso ci induce inoltre a supporre che si trattasse di una corda dotata sicuramente di una certa grossezza.
Se i bassi erano così spessi allora essi non potevano certo avere una grande resa acustica (a causa dell’elevato Indice di Inarmonicità indotto dal forte spessore). Ne consegue la necessità imprescindibile di una ottava appaiata.

8)      L’unica fonte che potrebbe indicare che  la Vihuela aveva gli ordini in unisono risale al 1611:  vale a dire parecchio tempo dopo che lo strumento andò in disuso. Questo documento non fu però un opera a carattere specificatamente musicale (Sebastián de Covarrubias: ‘Tesoro de la lengua castellana…’1611). L’enciclopedia appartiene  inoltre ad un periodo storico in cui gli avvenuti progressi nella tecnologia cordaia permisero già l’eliminazione delle ottave appaiate ai Liuti.
Scorretto pertanto applicare questa informazione del primo Seicento alla Vihuela della metà del XVI secolo: leggendo Dowland si potrebbe parimenti arrivare a concludere che  il Liuto di Francesco da Milano ebbe tutti gli ordini in unisono!

9) Cantino doppio e cori in unisono:  il fatto che la Vihuela  adoperasse generalmente (ma non sempre) un cantino doppio ha automaticamente portato alcuni ricercatori  a concludere che questa sia una prova  a favore della disposizione in unisono di tutti gli ordini: francamente non capiamo quale sia  il nesso logico. Vi sono viceversa fonti storiche che dimostrano l’esistenza di Vihuele con il cantino semplice e, per contro, sia di diversi Liuti rinascimentali con il cantino doppio.

10) La larghezza del manico all'attaccatura della paletta dell'unico esemplare di Vihuela (Musée Jaquemart- André, Parigi): tale larghezza è di soli 45 mm; ardua da suonare già con i Bassi in budello disposti in ottava. Impensabile invece, a causa dello spazio occupato dalle corde, se fossero disposte tutte all'unisono.


 Conclusioni
Alla luce di quanto sopracitato siamo dell'ipotesi che la Viola da mano spagnola non abbia mai beneficiato di una montatura  di corde in unisono bensì in ottava come il Liuto coevo con l'eccezione, a discrezione, del solo quarto ordine.

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I bassi per Liuto dopo il 1570 ca (Liuti a 7; 8; 9; 10 e 11 ordini senza tratta)

(I bassi di Strasburgo e Norimberga, le Venice Catlines, i Lyons, i Pistoys)


Stando ai documenti da noi esaminati, si cominciò ad aggiungere al Liuto un settimo basso accordato una quarta/quinta sotto il sesto a partire dal 1570-75: " The Lutes of the newe invention with thirtene strynges, be not subiecte to this incovenience, where of the laste is put be lowe: whiche accordyng to the maner now abaies, is thereby  augmented  a whole fowerth..." (Adrian Le Roy: "A briefe and plaine insruction..."; 1574).


 Il problema
Se, come dimostrato in maniera documentaria, le corde a gomena furono già in uso a partire dal tardo Quattrocento implicando, nel Liuto a sei ordini,  la necessità delle ottave appaiate a sostegno della loro povera resa acustica (come lamentato dai contemporanei), cosa rese allora possibile l’aggiunta di ulteriori corde basse al nostro strumento fino a raggiungere un intervallo di quarta/quinta verso il grave?



Forse agli inizi la resa  acustica di questi bassi non fu delle più eccellenti : "...e Dio sa come e quanto si odono..." e ancora: "...ben che con poca dolcezza venghino quelle ancora dall'udito comprese, mediante la debilità del suono loro"( Vincenzo Galilei, Firenze 1568, Fronimo)


  

Vincenzo Galilei "Fronimo", Firenze 1568


ma in seguito -stando all'ulteriore, inarestabile incremento delle corde basse aggiunte- le cose dovettero rapidamente cambiare facendo presagire un avvenuto, importante miglioramento costruttivo: il manifesto di Michele Carrara ad esempio (stampato a Roma nel 1585) descrive già un liuto a otto ordini.



I nuovi bassi ebbero forse il loro miglior sviluppo in un'area compresa tra Firenze e Bologna (centro produttivo quest'ultimo, della fabbricazione delle corde gravi Venice Catlins citate da Dowland nel 1610).

Fatto sta che nel 1617  il liutista Michelangelo Galilei scrisse una lettera al fratello Galileo per l'invio di: "quattro grosse corde di Firenze per suo bisogno et dei suoi scholari...": Michelangelo in quel momento abitava a  Monaco, uno dei centri più rinomati di fabbricazione di corde  per Liuto. Sembrerebbe dunque evidente che lì non erano in grado di eguagliare la qualità dei bassi fiorentini.


Nell'inventario delle spese del decennio 1587-97 della corte ferrarese di Alfonso II d'Este possiamo leggere: 'scudi 95 per dozzene n 210 di corde sottili fatte venir da Roma per il servitio della Musica di S.A.' e ancora: 'denari 4 per quattro gavettoni di corda grossa fatta far a posta in Fiorenza per servitio delle Arpe di S.A'.

Lungo i dieci anni coperti dalla lista spese l'associazione 'Roma' per le corde sottili e 'Firenze' o 'Bologna' per quelle più grosse risulta ripetuto diverse volte (vedere: Elio Durante &  Anna Martellotti 'Un decennio di spese musicali  alla corte  di Ferrara', Ed Schena; Fasano di Puglia 1982).



Quali  indizi abbiamo circa il nuovo tipo di corde Basse?


1) Il riscontro sistematico del ridotto diametro dei fori per le corde basse nei ponticelli  di liuti storici:


L'indagine è stata da noi compiuta nell'arco di 10 anni su di una sessantina di Liuti e qualche strumento ad arco presenti in diversi musei musicali europei.


'Joan. Seelos 1699'. Radiografia del ponticello. Parigi, Musèe Instrumental E.540 C.216.


Soltanto nella metà di loro si è tuttavia ritenuto di considerare i ponticelli come probabilmente originali. le misure sono state ottenute inserendo dei sondini calibrati di diametro via via crescente sino ad arrivare al massimo calibro passante attraverso il foro in esame.



     
  misura del foro del ponte nel liuto di Gerle Lute,Wienna 1991             misura del foro della 4° corda di viola di Andrea Amati Carlo IX, Ashmolean Museum, Oxford 2007


Considerando delle normali corde di budello  passanti per quei sottili fori, mediante la formula delle corde si sono ricavate tensioni medie di lavoro dei Bassi pari a 1,2-1,5 Kg soltanto (vedere Ephraim Segerman: 'On Historical lute Strings  Types and Tensions', FOMRHI bull 77,  October 1994 pp 54-7: in questo lavoro il diametro reale della corda fu considerato pari all' 85% del massimo diametro passante attraverso il foro del ponte): ciò equivale a  un Liuto moderno teso a 3,0 Kg a corda la cui intonazione sia stata poi abbassata  di 8- 9 semitoni (si suggerisce di provare a suonare il Liuto con questi valori di tensione e con bassi in puro budello). 


Un esame critico di questi calcoli ha tuttavia  evidenziato che le possibili tensioni di lavoro dei bassi dei liuti storici risultano ancora eccessivamente sovrastimate.

Perchè?

I valori ricavati sono stati calcolati considerando che il diametro della corda passante rimanga invariato anche sotto tensione e che il peso specifico del budello di cui è costituita sia pari a 1,30 gr/cm3: una condizione propria ed esclusiva delle corde realizzate in bassa torsione, dove il cedimento longitudinale risulta minimo mentre la corda, compattata al massimo, presenta effettivamente questo valore di densità.


Non è proprio questo il caso delle corde realizzate a gomena, che sono considerate l'unica via praticabile: la densità media di queste corde è compresa tra 1,10 gr/cm3 nel caso si tratti di corde  lasciate 'nodose', fino a 1,20 gr/cm3 nel caso si tratti di corde che hanno subito un processo di levigatura.


Questo tipo di corda presenta infine, sotto tensione, un elevato cedimento longitudinale tale da far calare il suo diametro  di partenza   compreso tra l' 87 e il 90% ( a seconda che siano state realizzate più o meno rigide) rispetto ad una corda equivalente in alta torsione. Un calo di diametro comporta inevitabilmente un calo di tensione di lavoro.


Dunque la combinazione di questi due parametri (minor densità e maggior allungamento longitudinale) fa sì che le tensioni di lavoro a suo tempo calcolate siano, nella realtà,  ridotte del 74% (nel caso si tratti di corde a gomena 'nodose' e dotate di grande cedimento longitudinale),  fino al limite superiore dell'' 83% nel caso dette corde siano state levigate e non siano eccessivamente  prone ad allungarsi sotto tensione.


Sintetizzando:  in condizione teorica di calcolo (corda inestendibile e con densità 1,30 gr/cm3) dove si sia ricavata una tensione  di  1,2 Kg  i valori  reali risultano in realtà compresi tra 0,9 Kg e 1,0 Kg soltanto (utilizzo di corde a gomena). Se si parte da una stima teorica di 1,5 Kg il range reale sarà invece di 1,1 Kg -1,2 Kg.


In un  Liuto moderno teso a 3,0 Kg  ciò corrisponde ad un abbassamento di intonazione di ben  10- 11 semitoni!



A causa del ridotto diametro dei fori dei ponti rimangono  percorribili soltanto due strade:


a) I Bassi soltanto lavoravano con tensioni più ridotte

 Questa ipotesi non risulta storicamente sostenibile: essa lavora contro la trattatistica del Cinque/Seicento a noi nota nella quale si insiste  sul concetto di eguale sensazione tattile tra le corde della montatura del nostro strumento (grossomodo una eguale tensione).

Ecco ad esempio:

-Thomas Mace ('Musick's Monument', London 1676):
"The very principal observation in the stringing of a lute. Another general observation must be this, which indeed is the chiefest; viz. that what siz'd lute soever, you are to string, you must so suit your strings, as (in the tuning you intend to set it at) the strings may all stand, at a proportionable, and even stiffness, otherwise there will arise two great inconveniences; the one to the performer, the other to the auditor. And here note, that when we say, a lute is not equally strung, it is, when some strings are stiff, and some slack".

-Mary Burwell Lute Tutor (1670 ca.):

When you stroke all the stringes with your thumbe you must feel an even stiffnes which proceeds from the size of the stringes".

-John Dowland ('Varietie of Lute Lessons', di Robert Dowland, 1610):

"Of setting the right sizes of strings upon the lute. [...] But to our purpose: these double bases likewise must neither be stretched too hard, nor too weake, but that they may according to your feeling in striking with your thombe and finger equally counterpoyse the trebles".


b) I Liuti di allora lavoravano generalmente con ridotte tensioni di lavoro

Questa ipotesi  non è parimenti  sostenibile: con un valore medio di tensione  di 1,2 Kg  i primi due/tre cori del Liuto andrebbero a possedere diametri di corda così sottili da essere tecnicamente irrealizzabili (per esempio in un Liuto in re minore di 70 cm lunghezza vibrante e al corista 415 Hz si calcola quanto segue: 1a = .25 mm; 2a =.30 mm; 3a =.40 mm). Si tratta di calibri molto più sottili, in altre parole, di quello che si riesce ad ottenere partendo dalla condizione minima di allora: l'impiego di un  budello di agnello soltanto con il quale si realizzavano nel Seicento i cantini di Liuto (che erano naturalmente le corde più sottili) così come indicato da Athanasius Kircher ('Musurgia Universalis', Roma 1650). 



Prove sperimentali da noi eseguite hanno dimostrato che con un singolo budello di agnello si ottiene un diametro grezzo di circa 0,45-0,48 mm, non meno di questo.

Considerazioni 

a) Con i ridotti valori di tensione ricavati per  calcolo matematico qualunque tipo di corda (che sia in alta torsione o a gomena), a causa della suo elevato valore di  Inarmonicità a queste basse frequenze, non solo  sarebbe per sè quasi completamente afona  ma darebbe in aggiunta la sensazione tipica di un elastico di gomma: difficile  da controllarne il tocco con il pollice.

b) Per i ridotti valori di tensione la potenza di emissione (che con questo tipo di corde risulta già di per sè povera) sarebbe ancora più penalizzata.

c) Va evidenziata la grave contraddizione con la trattatistica del tempo, che vuole che vi sia assolutamente un'omogeneità di feeling  tra tutte le corde (non seguire questa strada fu considerato dagli antichi un grave errore: vedere T. Mace), fa sì  che vi sia più di un dubbio.

d) La prova dei fatti: essa è utile per verificare nel pratico la teoria delle ridotte tensioni di lavoro. Si suggerisce dunque di provare  ad accordare  il  proprio Liuto (montato naturalmente con bassi in budello naturale) 9-10 semitoni al di sotto della sua intonazione naturale e provare a suonarlo.



Sorge a questo punto spontanea la domanda: per quale plausibile  ragione avrebbero dovuto far lavorare i bassi ad una tensione così bassa?  Non era possibile fare dei fori semplicemente più grandi?

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2)